L’esperienza non fa apprendimento

Sento molte persone che, a fronte delle “lune viste passare”, a fronte delle gare portate a termine, a fronte delle esperienze di vita vissuta, affermano che hanno esperienza e quindi sanno.

Ricordo di una mia affermazione che feci rivolgendomi ad una persona che si vantava di avere qualche anno in più di me e, quindi, ne sapeva qualcosa in più. La mia risposta fu breve, semplice e tanto reale:

“l’esperienza non fa apprendimento. È la riflessione sull’esperienza che permette al soggetto di imparare”.

Chiaramente non è mia questa frase, ma è la citazione di un noto filosofo pedagogista statunitense. Se stai cercando il nome del personaggio, mi fa piacere, soprattutto se sei uno di quelli che dall’esperienza vuole imparare e soprattutto la vuole usare per insegnare agli altri. (nel secondo caso, leggete un pochino di ironia).

Ma cosa vuole dire? Cos’è questa benedetta riflessione? Come posso fare e chi mi può aiutare?

Rispondiamo con calma a queste domande.

Per spiegare cosa vuol dire riflettere sull’esperienza, possiamo fare riferimento ad alcune teorie:

La teoria di apprendimento dall’esperienza di Kolb si presta bene allo scopo. Questa teoria rappresenta un interessante supporto alla riflessione, anche se viene utilizzato soprattutto in ambito scolastico. Il tema può essere trasformato in problema con la tecnica dei questionari pedagogici, dando origine ad uno strumento utile a indagare.

Altra situazione possiamo ritrovarla nello schema qui sotto dove nella La persona (1) si trova implicata in una situazione (2) che rappresenta per lei un’esperienza (3). Da questa premessa possono derivare conseguenze diverse. Per es., il percorso 1 – 2 – 3 – 4 conduce ad una risposta di sostanziale non apprendimento (la persona non è cambiata); mentre il percorso 1 – 2 – 3 – 6 – 9 conduce ad un apprendimento non riflessivo (la persona è cambiata solo in apparenza); invece il percorso 1 – 2 – 3 – (5) – 7 – 5 – 8 – 6 – 9 porta ad un apprendimento riflessivo simile a quello descritto da Schoen: la persona è realmente cambiata.

(cit. Provincia Torino )

Il ciclo riflessivo ha 4 fasi: le quattro fasi si susseguono nel seguente ordine: 1 – Presenza nell’esperienza; 2 – Descrizione dell’esperienza; 3 – Analisi dell’esperienza; 4 – Sperimentazione. Quest’ultima fase rappresenta anche l’inizio di una nuova esperienza e il ciclo si ripete.

Qui le fasi seguono una ben delineata sequenza ideale: si inizia dalla presenza, nell’esperienza bisogna esserci davvero, si passa a descrivere minuziosamente l’esperienza. È importante non dare per scontato che descrivere l’esperienza sia banale. Si incappa facilmente in interpretazioni che tendono a spiegare quanto è accaduto.

Una volta completata la prima fase, ma solo dopo averla descritta avulsa da qualsiasi interpretazione, si cerca di dare significato alle azioni compiute per poter spiegare quanto accaduto. Infine si decidono e si attuano azioni adatte e opportune o potremmo dire intelligenti, ma attenti alle prospettive.

Il ciclo non è obbligato: nessuna di queste fasi può darsi per scontata, più frequentemente deve e può essere imparata, anche se la sequenza può differire da quella indicata.

Detto questo, mi piace sottolineare che ci sono operazioni che possono essere apprese in autonomia. Provando e sperimentando da soli ma, come mi piace sempre ricordare, ci sono professionisti che possono aiutarci per svolgere il lavoro in modo efficace, efficiente e soprattutto per non commettere errori che potrebbero essere dolorosi. Come è successo ad un caro amico di vecchia data (vecchia non solo la data) che un giorno ha deciso di farsi otturare una carie da un ‘professionista’ di paste speciali. La pasta era meravigliosa, resistente e il lavoro era perfetto. Peccato non fosse stato ripulito bene… odontoiatra contento a cui si, ovviamente, dovuto dire che il macello lo aveva eseguito un ‘suo’ collega.

Quindi..

… avanti tutta carissimi mental coach, preparatori e “guide” che, da un brevissimo percorso vogliono far percorrere lunghi tragitti.

Buone corse e buone riflessioni.

Ps se non hai ancora trovato il nome dell’artefice della frase, eccolo QUI

2022-03-02T08:06:12+01:0021 Novembre 2021|Categorie: Articoli|Tag: |

Motivazione Interna o Esterna

Motivazione: Interna o Esterna?

La motivazione è ciò che ci spinge a fare le cose, dalle più complesse alle più semplici, dalle più piacevoli alle più spiacevoli (si, anche in questo caso siamo mossi dalla motivazione): intraprendere un’azione, andare al lavoro.

Si possono identificare, ormai universalmente, due tipi di motivazione: motivazione interna, detta anche intrinseca, oppure motivazione esterna, detta anche estrinseca.

“Fai ciò che ami e non dovrai mai lavorare un giorno nella tua vita.”

Una frase ad effetto che potrebbe farci pensare a quanto sia ‘facile’ la vita se si potesse fare realmente, concretizzare questa frase. Vero, ma nella vita reale non possiamo ci sono mille sfumature e tutto viene influenzato. Quando Confucio proclamò questa frase, non voleva certo renderci la vita semplice ma ci spingeva ad seguire ciò che sentivamo internamente, ad andare nella direzione in cui, quella che potremmo riconoscere come ‘motivazione interna’ ci spingeva. Proprio perché se qualcosa ci “spinge da dentro” ci smuove, ha una potenza incredibile, granitica.

Cosa rende così potente la motivazione interna? Per deduzione, quando fai qualcosa perché è soddisfacente internamente, interessante o piacevole, senza aspettarti una ricompensa o un riconoscimento da parte degli altri, non c’è più nulla che possa fermarti.

Diversamente, la motivazione estrinseca è guidata esattamente dalle opposte esternalità, come la promessa di più denaro, una promozione o qualsiasi altro vantaggio materiale, oppure, possiamo ricordare il meraviglioso film “Any Given Sunday (1999)”, dove un magistrale Al Pacino ‘compie un miracolo’ risvegliando i giocatori con il suo discorso motivazione alla squadra.

Da quel poco che abbiamo scritto possiamo dedurre che, per quanto entrambe le motivazioni possono essere una soluzione per superare un momento di difficoltà, possiamo altresì dedurre che la motivazione interna supera la motivazione esterna.

C’è una sostanziale differenza quando ci impegniamo in qualcosa perché “vogliamo”, al contrario di quando “dobbiamo”. In psicologia, la motivazione esterna viene facilmente condizionabile dall’adattamento edonico[1]. Possono farci smuovere, intraprendere un qualcosa ma, i premi esterni, non sono una fonte sostenibile di felicità e soddisfazione.

Al contrario gli studi ci dicono che la motivazione intrinseca è generalmente un fattore più forte nel lungo periodo rispetto alla motivazione estrinseca. Come già detto, quando siamo spinti internamente a fare qualcosa, ci piace anche, vogliamo farlo e continuiamo, giorno dopo giorno, perché ci sentiamo ispirati, guidati, felici e soddisfatti di noi stessi.

Uno studio interessante fatto da Adam Grant ha dimostrato come la motivazione intrinseca sia un must-have, infatti, mostrando ai fundraiser universitari come i soldi donati dagli alunni avrebbero potuto aiutare gli studenti economicamente in difficoltà per laurearsi, la loro produttività è aumentata esponenzialmente.

Il tempo trascorso per svolgere l’incarico ha avuto un incremento del 142% mentre il risultato è aumentato, addirittura, del 171%

Fin qui, possiamo aver compreso come la motivazione è la benzina che muove il nostro motore. Può essere esterna e interna. La seconda ha un potere più a lungo termine, mentre la prima gioca un ruolo significativo ‘al bisogno’.

Ma come svilupparla?

Per rispondere a questa domanda, dedicheremo del tempo in un prossimo articolo.

Maurizio S.

[1] L’adattamento edonico, noto anche come “il tapis roulant edonico”, è un concetto studiato da ricercatori di psicologia positiva e altri che si concentrano sulla felicità e il benessere che si riferisce alla tendenza generale della gente a tornare a un livello prestabilito nonostante gli alti e bassi della vita

2022-02-24T16:13:55+01:0021 Settembre 2021|Categorie: Articoli|Tag: |

Voglia di fare saltami addosso… che mi scanso.

Il titolo è già un programma, nelle valli in cui vivo, famose per essere popolate da stakanovisti senza sosta, vige un famoso detto: “voglia di lavorare saltami addosso, che mi scanso”.

Questa frase veniva utilizzata per giudicare (nel vero senso della parola, i valligiani non sono molto fini e delicati) coloro che avevano poca “voglia di fare”.

Ma dove la trovano tutta questa voglia di fare?

Non ci è dato di sapere con precisione cosa ha portato i nostri nonni e i nostri padri ad essere così avvezzi al lavoro, servirebbe una ricerca lunghissima e, forse bisognerebbe guardare la questione da diverse prospettive per coglierne molteplici sfumature. Ma in questo articolo non voglio fossilizzarmi sulla voglia di lavorare, ma su ciò che spinge ogni uomo a raggiungere un proprio obiettivo, a perseguirlo con costanza, a compiere tutte quelle azioni necessarie per compiere il viaggio.

Parafrasando una frase di Karnaze, mi piace sottolineare come “perseguire la passione, sia più importante della passione stessa”.

Ma ci svegliamo tutte le mattine con la voglia di fare? Come è possibile essere sempre al 100%?

Le due domande sono molto simili e la risposta è tanto semplice quanto destabilizzante: No. Non potremo mai essere al 100% e non ci sveglieremo tutte le mattine con la voglia di fare. È forse questo “continuo impegno” che permette di rendere saporite le nostre piccole imprese quotidiane. Non sentirti in difetto, quindi, se ci sono mattine che preferiresti picchiare la testa contro uno spigolo, risulta normale. Oggi, si ha l’impressione che la debolezza non sia contemplata, non sia accettata (e forse è proprio così), ma non esiste forza, senza debolezza, non esiste caldo, senza il freddo non esiste costanza e determinazione senza il fallo. E quindi? E quindi il segreto, se di segreto possiamo parlare, è proprio quello di cambiare prospettiva, riconoscere la “difficoltà” ma vederla a nostro favore: quando una situazione ci risulta particolarmente difficile, proviamo a osservarla ed affrontarla pensando che richiede tutto il “nostro impegno”.

Ci sono diverse ricette che vengono descritte, che siano funzionali o meno, non mi è mio compito giudicare, ognuno ‘cucirsi’ addosso la propria soluzione. Soluzione che può essere trovata con lo studio, con l’esperienza e la riflessione (leggi anche l’articolo “l’esperienza non fa apprendimento”) o con il supporto di un professionista.

Io provo a darti alcuni suggerimenti, un atteggiamento che devi/puoi farti tuo per riuscirci. Mi piace molto la frase che mi usci mentre spiegavo ad un atleta ciò che avrebbe dovuto fare: “la determinazione non si misura nel risultato, ma in ciò che sei disposto a fare per raggiungere il risultato”.

Ed ecco alcuni suggerimenti da tenere sempre a mente:

  1. Non sei l’unico. Nel senso che non sei solo a dover mettere tutto il tuo impegno per riuscire in qualcosa, che gusto avrebbe? È la domanda più immediata, ma pensare di non essere il solo non ti permette di vedere il tutto da un’altra prospettiva? Inoltre, tutto ciò può essere sfruttato a tuo vantaggio.
  2. Sii ottimista. Cerca di vedere quello che sei riuscito a fare, piuttosto che quello che non hai ottenuto. A volte, il fallimento, è una seconda chance, bisogna coglierla.
  3. Concentrati su te stesso. Gli altri sono aiutanti o antagonisti, tu sei il protagonista della tua vita. Ascolta ciò che hanno da dirti, ma con capacità critica.
  4. Cerca il tuo metodo, i tuoi strumenti, costruiscili, anche con il supporto di qualcuno, ma sii tu il fautore della scelta. Ogni persona ha un metodo di apprendimento diverso, un tipo di intelligenza diversa, una memoria diversa: fotografica, uditiva, emotiva ecc. cerca di capire qual è la tua.
  5. Appassionati alle cose. Sprigiona la tua curiosità, nulla è banale e trova i mille colori, il bello e le molteplici sfaccettature di qualsiasi cosa! Renderà più piacevole ciò che stai facendo, ciò che richiede tutto il tuo impegno.
  6. Se proprio non riesci da solo, chiedi aiuto agli altri. Se ritorniamo al punto 1, possiamo pensare, tanto quanto non siamo gli unici a dover scavare per tirar fuori tutto il nostro impegno, non credo nemmeno che sia così catastrofico chiedere un aiuto, anzi!

Questi suggerimenti ti possono aiutare? Spero di si!

Maurizio S.

2022-02-24T16:14:30+01:0021 Agosto 2021|Categorie: Articoli|Tag: |

A modo mio… ogni tanto ci si perde.

17 Luglio 2021

Quando testa, cuore, pancia e gambe non solo no si ritrovano ma è come se fossero di un altro, un individuo esterno, dell’avversario che ti supera o, addirittura, di un extraterrestre.
A volte può succedere.

 L’idea

L’idea era quella di fare un bell’allenamento in notturna, macinando chilometri, godendosi il bosco, il panorama e la compagnia dei miei pelosetti.
Sapevo che la settimana trascorsa risultava pesante e ‘i miei vizi’ non avrebbero aiutato, ma ero fiducioso, o forse illuso.
In goni caso avevo deciso di partire da casa, dirigermi sotto la Punta Almana, scendere verso Croce di Marone e raggiungere il Monte Guglielmo e proseguire, per chissà quanto, per chissà dove. Avevo tutto il. Necessario per rientrare tra le 7 e mezzogiorno.

La partenza buona e la resa dei conti.

In questo momento mi viene in mente la barzelletta dei due nobili che, uscendo per andare ad una festa, lasciano un messaggio al maggiordomo. 2+2=5.

Non la conoscete?

Ecco di fatto la soluzione era la mia stessa sensazione e situazione: I CONTI NON TORNANO.
Ma magari fosse per lo stesso motivo della barzelletta. La prima salita verso l’Almana, che però non raggiungo come preventivato, è fluida e continua. Tutto fa pensare a una bella galoppata. Metodicamente mi ristoro sia di liquidi che di solidi e permetto al piccolo Otto di recuperare.
Ma, e purtroppo c’è spesso un MA, durante il passaggio tra forcella di Sale e Croce di Marone arriva una strana sensazione.

La campana di vetro e l’ovatta

Lo dico, lo canto (dovreste sentirmi) e lo scrivo: correre vuol dire intraprendere un viaggio che non è solo fisico ma soprattutto mentale.
Questa volta c’era troppo che non andava.
In un messaggio ho riassunto in questo modo:
“Non c’è ne testa, Ne cuore, Ne pancia, Ne gambe, Non ci sono per un c@XXo proprio. Sto andando pianissimo”

La risposta è ferma e illuminante ma soprattutto mi aiuta a comprendere che se sto andando a quella velocità è per permettermi di ‘osservare’ con occhi diversi e poter leggere ciò che ‘non vedo’ con ritmi più allegri. Ovattato e sotto ad una campana di vetro come se ci fosse qualcosa di nuovo e diverso a me sconosciuto. È così è stato. Che viaggio. Incazzato nero (anzi rosso) per la prestazione fisica da paramecio ( a parte i tratti di corsa fatti con Otto sulle spalle) ma terrorizzato e contento per il viaggio parallelo intrapreso. decido di rientrare molto prima del previsto e verso le 4 di mattina sono sul mio divano a chiudere il viaggio mentalmente.
#inviaggioversoisogni mi permette di vivere anche questo e come dicevo fin dall’inizio è meravigliosamente un viaggio fisico, mentale ed emotivo.

Buone corse.

 Maurizio S.
2022-02-24T16:14:39+01:0018 Luglio 2021|Categorie: Articoli|Tag: |

Nel blu dipinto di blu

NEL BLU DIPINTO DI BLU, così avrebbe cantato Modugno e così ho fatto io.

Sicuramente il bosco e le sue creature hanno preferito non esternare la loro gioia nel sentirmi.

Ma arriviamoci con calma.

Domenica di relax

La domenica di relax mi ha ricaricato. Quando saluto i bambini sono già vestito e pronto.

Tutto il necessario è già posizionato sul tavolo: frontale (che scopro dopo essere un po scarica, ma che ha retto fino alla fine 🙂 ), bastoncini, antivento, borraccia e termica di ricambio.

Indosso tutto, infilo tutto nello zaino, chiamo i pelosi a quattro zampe e viaaaaa.

SUPER OTTO

In realtà da stasera potrei chiamarlo TREDICI. Tanti sono i chilometri che si è mangiato senza battere ciglio. L’allenamento costante, continuo ma senza sforzare, sta dando i suoi frutti. Senza esagerare, lui non molla e quando ha bisogno lo segnala e si rallenta o si infila nel panciotto.

Verso Santa Maria del Giogo

La strada è conosciuta e scorre veloce, in realtà in salita non sono veloce e anche in discesa son stato discreto, ma mi son goduto il panorama e sono soddisfatto.

Il movimento degli animali del bosco rende sempre magico la corsa di notte, ma quando arrivo alla trattoria Santa Maria resto a bocca aperta.

Lo aspettavo, lo attendevo, lo sapevo ma, come spesso succede, resto incantato.

Una sosta veloce, una foto, due battute con i pelosi (ormai parlo con i cani da molto tempo, e loro mi rispondono pure ^_^ ) e via a passo svelto verso il Rodondone.

…e non ci sono parole

Il sentiero è quello che preferisco: tecnico, saltelli, radici, rocce e a tratti single track su terreno battuto. Un bellissimo misto.

Otto e Ariel tengono il passo ed è così che in pochi minuti siamo sul Rodondone…

…e non ci sono parole.

Poi d’improvviso venivo dal vento rapito
E incominciavo a volare nel cielo infinito
Volare, oh, oh
Cantare, oh, oh, oh, oh
Nel blu dipinto di blu
Felice di stare lassù
E volavo, volavo felice
Più in alto del sole ed ancora più su
Mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù
Una musica dolce suonava soltanto per me

Alzo gli occhi al cielo e si presenta uno spettacolo stupendo. L’assenza della  luna rende il cielo di un Blu stupendo. Nel blu dipinto di blu. E’ quello che penso, è quello comincio a canticchiare. Si vede il Grande Carro, la Stella Polare e il Piccolo Carro e spunta anche il Dragone. Costellazioni che si vedono nitide e cristalline. Starei delle ore sdraiato a guardare questa meraviglia.

Lo farei, ma devo scendere a valle. Ed è così che mi lancio in discesa cantando. Pure i miei fedeli compagni mi guardano male, sarò troppo bravo!

La discesa

La discesa scorre veloce. Forse troppo. ed è così che in pochissimo mi ritrovo alla Croce di Pezzolo e prendo la strada verso la valle. In questo tratto posso ancora ammirare il cielo, faccio il pieno di energia, di bellezza.

Otto in discesa mi richiama all’ordine e i chiede di rallentare, gliene sono grato. In ogni caso la discesa è effimera e in poco meno di mezz’ora siamo a casa.

In salita non velocissimo, in discesa discreto ma il cuore e l’anima son pieni di gioia.

Ed ora una buona doccia ed una Buona notte 🙂

Maurizio S.

2022-02-24T16:16:09+01:007 Marzo 2021|Categorie: Articoli|Tag: |

Primo allenamento.. tanta neve e un pò di preoccupazione.

Correre il 1 Gennaio 2021, facendo un bell’allenamento, in vista dell’80 km Night Trail è il modo migliore per inizire l’anno.
La preoccupazione è arrivata nel finale, tanta neve fresca, un po’ di stanchezza e il crepuscolo che si avvicinava..

Programma Cr28 e Neve

Come rendere tutto meravigliosamente faticoso

Considerando le settimane di programma FitLine CR28, le energie sono ancora da migliorare, tempo al tempo, e quindi la partenza è leggera e misurata. Superato Rovedolo si prende il sentiero che porta alla Forcella del Vandeno. un sentiero sempre ricco di acqua, tecnico e con tratti corribili per alzare il ritmo. La neve è presente da subito anche se è spesso acqua. Ma basta correre poco per cominciare a pestare un manto bianco farinoso. Che meraviglia!

La salita mi affascina e la neve, quel manto così soffice e capace di posarsi sul terreno senza fare rumore, rende tutto più faticoso. La neve, tanto meravigliosa, quanto pericolosa: può decidere di sbarrarti la strada o di travolgerti il cammino.

Una bellissima metafora che vale la pena tenere a mente.

Salita e Attrezzatura

Il passo non è certamente dei migliori, ma il sentiero

viene macinato continuamente anche se il panorama mi ‘costringe’ a fermarmi per ammirarlo e scattare fotografie continuamente. Sarà una scusa per riposare? PROBABILE!

Devo purtroppo dire parte del materiale utile mi ha abbandonato: un paio di bastoncini (nuovi) mi si sono spezzati due settimane fa e quelli di ‘scorta’, che ho utilizzato ieri, li ho furbescamente resi inutilizzabili per aver spinto un segmento troppo in profondità. Pazienza, lavorerò di gambe.

Nello zainetto ci sono i ramponcini ma credo li utilizzerò in discesa: vorrei divertirmi…

Non fermarsi è impossibile.

Già, è impensabile non smettere di correre, tirare il fiato, ascoltare il rumore delle scarpe nella neve, ascoltare i fiocchi di neve scendere e posarsi dolcemente sugli alberi innevati.

E sono questi istanti che cancellano per qualche attimo la fatica e le danno significato.

Nonostante le continue pause, arrivo alla forcella e proseguo immediatamente per il santuario di Sant’Emiliano.

Ammetto che ci arrivo affaticato.

Sant’Emiliano

Sant’Emiliano è un “baule” di ricordi. Arrivarci con un paesaggio così non fa che amplificare le emozioni.

La stanchezza si fa sentire, qualche scatto per recuperare fiato e poi di corsa verso la strada che porta a Zanano. Tra poco ci sarà il mio adorato sentiero che mi porterà dritto per dritto, o quasi, a Gardone Val Trompia. O almeno è quello che penso.m La strada è completamente bianca e continua a nevicare.

Correre e liberare un urlo di gioia spero sia di buon auspicio per il nuovo anno.

Non credo e non spero nulla di particolare per quest’anno. Sarà quel che sarà e starà a noi saper sfruttare o meno le opportunità.

In ogni caso, spero che qualche giorno nella Comfort Zone ce lo conceda.

La discesa e la preoccupazione

Come dicevo all’inizio dell’articolo è stato anche un allenamento in cui mi sono un po’ preoccupato. Arrivato al bivio ho felicemente scoperto che il sentiero era ancora vergine. Spettacolo, per i primi metri ma quando pure i segnavia cominciano a nascondersi per benino nella neve, l’entusiasmo lascia spazio alla razionalità. Mi muovo troppo lentamente e non è nemmeno facile tenere la traccia corretta. Le impronte di un ungolato risvegliano la gioia, ma non mi fanno dimenticare che devo correre in sicurezza.

In poco tempo sfrutto la poca batteria residua del telefono per caricare la traccia GPX del sentiero sull’orologio in modo da avere una guida sicura.

So dove devo andare, ma resta comunque difficile, seppur meravilgioso procedere nella neve alta e diventa necessario indossare i ramponcini per sfruttare tutto il Grip possibile.

La luce continua a calare e, ovviamente , arrivato nel bosco un po’ più fitto, il tutto è reso più complicato da enormi rovi che bloccano il sentiero.

Qualche segno sulle gambe, qualche movimento acrobatico degno di un pezzo di legno al circo e la discesa continua.

Finalmente il dislivello continua a scendere, grazie anche alla tenuta dei NORTEC che si destreggiano bene tra neve e fango.

Finalmente a casa

Ammetto che la preoccupazione passo dopo passo ha lascito il posto alla goduria di scendere come se non ci fosse un domani! Ormai sono a buon punto, ripensando agli istanti precedenti mi rendo conto che la scelta è stata quella giusta: tornare sarebbe stato troppo faticoso e altre soluzioni non mi avrebbero dato sufficiente soddisfazione. Come spesso succede, preparazione e materiale fanno la differenza.

Ormai la strada è prossima e ancora un paio di salti, una corsetta, un altro cespuglio schivato (soprattutto per mettere in salvo l’antipioggia) ed eccomi arrivato in paese. Tolti i ramponcini, si corre a casa dove una doccia calda, molto calda mi aspetta con ansia, o forse sono io ansioso di voler fare la doccia calda.

Beh, in ogni caso, buone corse e buon anno.

Maurizio S.

2022-02-24T16:16:52+01:001 Gennaio 2021|Categorie: Articoli|Tag: |

TopoAthletic, confronto tra i modelli

Lo spunto di Manuel Orsetti:

direi assorbimento dell’urto. Un dato anche soggettivo ma puramente fisico della scarpa. La “restituzione dell’ammortizzazione” almeno che non sia misurata con qualche strumento sulla scarpa, temo sia troppo figlio del piede e della tecnica. Anche un semplice dito premuto sulla suola in quali scarpe affonda maggiormente e in quali meno…

Premessa

Per rispondere all’amico, e possiamo dire anche collega, Manuel, provo a dare una mia valutazione che si basa solo esclusivamente dall’esperienza personale e non testata con strumenti che, al momento, non dispongo.

Certo i dati si possono più o meno trovare, ma penso che Manuel abbia espresso un concetto davvero importante: “La ‘restituzione dell’ammortizzazione’ almeno che non sia misurata con qualche strumento sulla scarpa, temo sia troppo figlio del piede e della tecnica”. Questo perché possiamo avere lo strumento migliore al mondo ma non riuscire a sfruttarlo, ma allo stesso tempo, possiamo avere lo strumento migliore al mondo e, di fatto, non farcene nulla perché in grado di gestire qualsiasi situazione con gli accessori che madre natura ci ha predisposto.

I modelli

Detto questo, posso dire di aver sperimentato questi modelli e li metto in ordine di Intersuola che, a mio parere, restituisce nell’immediato un dato piuttosto importante per il dato che andrò ad analizzare:

Runventure, St2, St3, Runventure2, Runventure3, MT2, MT3, Terraventure, Terraventure2, Flylite2, Flilyte3, Magnifly2, MTN Racer, Ultrafly, Ultraventure.

Insomma, qualche modello a confronto che per comodità metterei in ordine di ‘restituzione ammortizzazione’ dividendolo per modello trail VS modello da strada, inserendo in entrambe le classifiche quei modelli che sono predisposti per entrambe le tipologie di terreno.

La mia valutazione

La valutazione che darò sarò secondo una scala da 1 a 10 dove 10 è una restituzione elevata, quindi, a mio avviso, più adatto a chi ha un atterraggio pesante (indipendentemente dalla massa corporea) mentre 1 è una restituzione bassa, quindi per quelle persone “leggere nella corsa”

Corsa su Strada

Runventure: un modello che mi son fatto spedire dagli USA che mi ha permesso di scegliere TopoAthletic.
Secca, sei praticamente in terra con un drop limitato a 2mm ed una distanza da terra di 14mm.

VALUTAZIONE : 1

ST2: scarpa da Road o per lo più pista, allenamenti veloci per un piacevole contatto con il suolo. Io ci faccio tranquillamente una mezza o poco più.
VALUTAZIONE: 2

Corsa su Strada

Runventure: un modello che mi son fatto spedire dagli USA che mi ha permesso di scegliere TopoAthletic.
Secca, sei praticamente in terra con un drop limitato a 2mm ed una distanza da terra di 14mm.

VALUTAZIONE : 1

ST2: scarpa da Road o per lo più pista, allenamenti veloci per un piacevole contatto con il suolo. Io ci faccio tranquillamente una mezza o poco più.
VALUTAZIONE: 2

ST3*: scarpa da Road e da Pista come il modello precedente, rivista nello stile (secondo me più bello e signorile) con una dimenticanza nella chiusura (vedrete la recensione).

Allenamenti veloci con lo stesso piacevole contatto con il suolo del modello precedente ma ‘più comodo’.ci farei una maratona.

VALUTAZIONE : 2 ½

Filyte2: è la scarpa che indosso quando non sto bene, quando mi sento di non essere in splendida forma e mi permette di affrontare la corsa in serenità. Reattività e flessibilità mi acompagnano morbidamente.

VALUTAZIONE: 4

Filyte3*: cambiate nella tomaia, rendendole più ‘comode’ nella calzata e più belle. Dicono più leggere, e così è, anche se sul sito hanno messo dati non chiari. (il modello 9.5 pesa 232g, contro i 244del modello precedente).

VALUTAZIONE: 4

ST3*: scarpa da Road e da Pista come il modello precedente, rivista nello stile (secondo me più bello e signorile) con una dimenticanza nella chiusura (vedrete la recensione).

Allenamenti veloci con lo stesso piacevole contatto con il suolo del modello precedente ma ‘più comodo’.ci farei una maratona.

VALUTAZIONE : 2 ½

Filyte2: è la scarpa che indosso quando non sto bene, quando mi sento di non essere in splendida forma e mi permette di affrontare la corsa in serenità. Reattività e flessibilità mi acompagnano morbidamente.

VALUTAZIONE: 4

Filyte3*: cambiate nella tomaia, rendendole più ‘comode’ nella calzata e più belle. Dicono più leggere, e così è, anche se sul sito hanno messo dati non chiari. (il modello 9.5 pesa 232g, contro i 244del modello precedente).

VALUTAZIONE: 4

MagniFly2: ammetto di aver sperimentato un prototipo che, secondo me ha fatto nascere il modello 3. Una scarpa concepita per affrontare comodamente le lunghe distanze (il prototipo era un modello più reattivo che io ho adorato) con un drop0 e un intersuola leggermente più abbondante delle sorelle FliLyte2/3.

Ricordando che DROP ZERO non vuol dire mancanza di protezione (in troppi si confondono) le trovo appena, appena più generose delle sorelle minori, ma adatte a chi ha già lavorato sull’estensione del proprio Tendine di Achille.

VALUTAZIONE: 4 ½

MT2: la scarpa vincitrice del premio “Best Buy” di Runners world nel 2016. Una versatilità spaventosa. Pur non avendo una gomma particolarmente prestante (non ha vibram) si difende alla grande su sentieri bagnati e rocciosi (a patto di avere una buona tecnica)

VALUTAZIONE: 5

MT2: la scarpa vincitrice del premio “Best Buy” di Runners world nel 2016. Una versatilità spaventosa. Pur non avendo una gomma particolarmente prestante (non ha vibram) si difende alla grande su sentieri bagnati e rocciosi (a patto di avere una buona tecnica)

VALUTAZIONE: 5

Ultrafly: adatte per il runner che si approccia alla corsa naturale e vuole, con la giusta calma affrontare quella che viene definita “transizione”.

VALUTAZIONE: 6 1/2

Ultraventure*: un nome, un programma. Su tutti i fronti.

VALUTAZIONE: 7

*di questi modelli, il plantare in Ortholite, ha sicuramente reso più ‘comoda’ la calzata e rendere l’atterraggio più morbido, senza farti sprofondare, si intende.

Se vuoi leggere la recensione di ciascun modello, clicca QUI

Maurizio S.

Ultraventure*: un nome, un programma. Su tutti i fronti.

VALUTAZIONE: 7

Terraventure: la scarpa da Trail che mi ha sorpreso, perchè nonostante non avesse Vibram non mollava un attimo, perchè dall’aspetto un po’ goffo, offriva comodità e reattività straordinario. facile comprendere che da un primo modello così, tutto poteva solo migliorare.

VALUTAZIONE: 4

2022-02-24T16:16:48+01:0027 Dicembre 2020|Categorie: Articoli|Tag: |

Garmin Fenix 5 VS Suunto 9 Baro

Fenix 5 e Suunto 9 Baro non sono propriamente sullo stesso livello, sia dal punto di vista del prezzo che delle performance e del livello, almeno dal punto di vista del periodo di lancio, il Suunto, infatti viene perlopiù paragonato al 5 Plus o addirittura al 6.

Perché questo paragone

Semplice! avevo abbandonato il Fenix 5 per il Suunto 9 per alcune caratteristiche fondamentali, anzi UNA.

Nel gennaio 2020 avrei dovuto affrontare l’IPERTRAIL della Bora, una gara meravigliosa organizzata dall’associazione S1 Trail della Bora, “capitanata” da Tommaso.

Questa gara è un meraviglioso viaggio da correre senza aver la possibilità di seguire le balise o altri segnavia, ma è necessario proseguire attraverso una traccia GPS, senza assistenza e totalmente in solitaria.

Batteria lunga durata

Proprio per le caratteristiche della gara avevo bisogno di uno strumento che mi consentisse di avere una batteria che potesse garantirmi parecchie ore di attività.

Da questo punto di vista, diciamolo pure serenamente: il Garmin Fenix 5 non vanta una grande capacità, non penso sia un segreto, anzi lo confermo tranquillamente. Il Suunto, invece, ha dalla sua una batteria decisamente più performante. Mi verrebbe da definirlo un Trattorino Lamborghini che non si ferma davanti a nulla.

La navigazione richiede parecchia energia, anche perché, mentre navigo e seguo la traccia GPS, registro anche l’attività, quindi figuriamoci quanta energia richiede tale attività.

Una Storia Vera

Per una prova tecnica, ho provato anche a metterli a confronto durante un medio-lungo allenamento. Ho simpaticamente corso con un orologio su un polso, e l’altro modello nell’altro. Sembravo un po’ pirla, ma per la scienza, questo ed altro.

In compagnia dell’atleta e amico Gancarlo, abbiamo raggiunto il Rifugio Valtrompia per un lauto pausto passando per santa Maria, Almana, Guglielmo e, finalmente, Rifugio. Dopo il pranzo, nuovamente a correre verso Pezzoro e poi Pontogna per continuare verso Magno, Inzino e nuovamente a Gardone VT.

Un Bel viaggetto, con due orologi che hanno rilevato pressochè le stesse prestazioni, le stesse andature, lo stesso dislivello MA la batteria ha presentato caratteristiche differenti.

Due conclusioni

67% contro 46%

Non credo serva dichiarare quale dei due orologi abbia ottenuto tali cifre,

ci arrivate da soli?

Per essere più precisi, non vi nascondo che dopo tale allenamento non avevo dubbi. Suunto. Non ci sono storie. mi verrebbo anche da scrivere affermazioni più colorite, ma mi contengo…

Batteria VS Dati

Perchè un passo indietro? Si, perchè dopo aver lasciato il Garmin, a distanza di un anno circa, sono andato a riprenderlo. Come ho detto a qualche cliente e anche qualche amica, il Garmin è per fighetti incapaci, un po’ come Apple. Infatti io ho un MAC, un Iphone e da oggi, nuovamente un GARMIN. Mi vien da ridere, ma sta cosa non mi sconquinfera, anzi.

Perchè, per quanto pensi davvero che un Garmin sia uno strumento che possa essere usato da chiunque, lo ritengo uno strumento che rileva e restituisce una marea di dati. Talvolta troppi se non si è in grado di sfruttarli, ma da qualche anno a questa parte, quest’ultimo problema non mi compete.

Non solo dati ma anche allenamento

Ciò che mi ha fatto tornare a GARMIN è la “banalissima” caratteristica che con il GARMIN riesco ad impostare miriadi di allenamenti con diversi obiettivi e modalità e lui mi dice cosa devo fare e quando farlo. A me tocca solo farlo, e farlo BENE.
Con il Suunto, invece, con i nuovi modelli questa particolarità non è possibile, o per lo meno non mi è stato possibile farlo con la stessa facilità.

Dal punto di vista della navigazione, invece, in entrambi i casi ci sono strategie molto semplici e veloci che permettono di caricare sull’orologio la traccia: Suunto è leggermente più veloce, dal punto di vista delle operazioni. Questo se avete un iPhone, altrimenti non lo so.

L’ultima decisione…

…spetta a me, come a voi.

Io son tornato a Garmin, un passo indietro, se vogliamo, ma in questo momento non posso ancora guardare al fenix 6, solo perchè voglio il SOLAR, ma per ora, il Fenix 5 risponde pienamente alle mie esigenze e considerando il progetto #inviaggioversoisogni , direi che è ancora tanta roba.

Maurizio S.
2022-02-24T16:17:15+01:004 Settembre 2020|Categorie: Articoli|Tag: |

Testa, Cuore, Pancia e Gambe

Nella mia attività professionale di Pedagogista, che sia rivolta a sportivi che vogliono migliorare le loro prestazioni o che sia rivolto a persone che vogliono intraprendere un viaggio verso il benessere, cerco di trasmettere che solo mettendo in equilibrio queste quattro “entità” si può raggiungere, quello che descrivo con una semplicissima parola, il benessere completo.

L’equilibrio è movimento, quindi non aspettatevi di restare fermi ad aspettare che esso vi raggiunga. Dovete essere voi ad andargli, o corrergli, incontro.

I quattro elementi

Pensando agli elementi comuni a tutte le cosmogonie, ovvero Terra, Fuoco, Acqua e Aria, potremmo inizialmente indicarli in questo ordine. Grazie all’atleta Matteo Firmo, che si sta allenando con me.

Già perché la terra è concreta, pragmatica, quasi razionale, appunto.

Il cuore invece si infiamma, arde e brucia come il Fuoco.

La pancia è travolgente: l’istinto primordiale è come l’acqua che non si ferma davanti a nulla devastando ciò che incontra;

ed infine le gambe, che sono sinonimo del corpo, sono l’aria, un corpo che è dentro l’aria in tutto e per tutto.

Ma cosa vogliono dire questi elementi e soprattutto perché il benessere si raggiunge quando si è raggiunto il loro equilibrio?

Perché per quanto sia vero che scendere a compromessi spesso non ci rende felici, è pur vero che non posso dimenticarmi di prendere in considerazione, di condividere di comprendere la scelta che ciascun elemento farebbe.

Ciascuno di noi ha una predilezione verso l’uno o l’altra e ciò non si può negare, e nemmeno rinnegare ma il problema sta se ‘nascondiamo’ o ‘non ascoltiamo’ ciò che una parte di noi vorrebbe o cerca di dirci condizionando le nostre scelte.

Comfort Zone

Il processo è lento, a volte doloroso ma si sa, se non si esce dalla comfort zone non produrremo mai un miglioramento e uscire dal porto sicuro ci permette di scoprire nuovi orizzonti. Basta saper dove andare o essere guidati (per un breve periodo).

Intanto i chilometri passano e il dislivello pure.

Intanto i chilometri passano e il dislivello pure.

Matteo cambia opinione e proviamo a capire il perché: Aria, fuoco, terra e acqua è il nuovo ordine assegnato.

La testa può viaggiare, è quella che ci porta lontano, è quella che è in grado di spingerci oltre nonostante tutto.

Il cuore resta invariato, ma su questo credo sia facile essere concordi.

Cambia però la definizione della pancia e delle gambe, assegnando la terra e l’acqua.

Beh se dovessimo appellarci a Mauro Corona, probabilmente ci confermerebbe che la terra è un elemento difficile da conoscere veramente nel suo profondo. Famosa la sua definizione piuttosto negativa nei confronti degli psicologi e dei geologi.

Ed infine le gambe che diventano acqua, forse condizionati dai chilometri, ma Matteo ha dato una sua spiegazione.

Qual è quella reale?

Non penso che vi sia un paragone unico e Vero e credo che qualsiasi elemento possa assumenre diverse caratteristiche o meglio possiamo mettere in risalto alcune caratteristiche di ciascun elemento.

Io rimango legato alla prima definizione.

D’altronde si sa, i chilometri stancano e segnano e nel bene e nel male condizionano la nostra percezione, talvolta la approfondisce.

Ed è proprio per quest’ultimo passaggio che ho scelto di usare il bosco come ufficio. L’andatura della camminata, soprattutto in salita permette forzatamente alla persona di soffermarsi, per riprendere fiato, prima di parlare ed in quell’istante è costretto a riflettere. Il bosco permette al cervello di ‘distendersi’ di rallentare.

E se questi due elementi non sono sufficienti o non vi convincono, venite a provare …
Maurizio Seneci
2022-02-24T16:17:25+01:002 Agosto 2020|Categorie: Articoli|Tag: |

Abbiamo bisogno di favole

Andrà tutto bene..

Questo è quello che ci si è augurati in queste settimane, settimane di dolore. È un chiaro augurio, una frase di conforto, ma che nasconde un’immensa paura che ha l’uomo di oggi.

C’è chi si è nascosto dietro a dei numeri, dei calcoli inumani per cercare di dare un altro volto a ciò che stava succedendo. La necessità di raccontarsi che, la situazione, non è così catastrofica come si voleva trasmettere.

Chi si è detto che andrà tutto bene, quasi a prescindere perché, di fatto, i più forti ce la fanno.

No, non andrà tutto bene.

Forse l’uomo ha bisogno di sentirsi sicuro, ha bisogno di allontanare ciò che non conosce e che, quindi, lo spaventa. Ha bisogno di allontanare ciò che più teme: la fine della vita.

Ma in questo periodo “NON andrà tutto bene” perché qualcuno muore anche se tutti i giorni muore qualcuno e quel qualcuno può avere pochi mesi o essere ultracentenario.

NON andrà tutto bene perché si è visto collassare un sistema. NON andrà tutto bene perché non si è potuto accompagnare nell’ultimo viaggio chi ci ha lasciato e quel viaggio serve più a chi resta. Non raccontiamocela. NON andrà tutto bene perché ha scatenato e risvegliato la continua necessità, di molti umani, di dimostrare di essere meglio degli altri.

Andrà come deve andare e sta a noi fare in modo che ANDRÀ MEGLIO

C’è solo un modo per far sì che ciò accada.

Dovremo ritornare ad esser capaci di vivere, bene, nell’incertezza. L’uomo ha le potenzialità per farlo ma per riuscirci deve accettarne la situazione, la condizione.

Non serve fingere che andrà tutto bene, perché non abbiamo bisogno di favole, non ci aiuta raccontare una favola senza tristezza, ma è fondamentale diffondere una favola nella quale si sappia raccontare di come l’uomo sia stato in grado di prendere per mano le proprie paure, i propri dolori e sia andato avanti facendo del proprio meglio.

Maurizio S.

2022-02-24T16:17:32+01:008 Aprile 2020|Categorie: Articoli|Tag: |
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