Gli schiacciatori non parlano dell’alzata la risolvono

Gli schiacciatori non parlano dell’alzata la risolvono

Partendo da questa affermazione di Julio Velasco*, che proprio oggi ricorre il giorno in cui festeggia 68 anni, si può ricercare, probabilmente, lo sforzo che ciascuno di noi è chiamato a fare per decidere di smettere di trovare colpevoli e ricercare soluzioni. Quindi, quello che coinvolge il concetto di Problem Solving e Resilienza.

Una Cascata inutile che non porta a nulla.

Di fatto un’alzata può essere fatta bene o male ma, in quel momento, stare a contestare o a criticare l’azione svolta sarebbe troppo vano. L’azione si svolge in un paio di secondi, quando se la prendono comoda. Con un lasso di tempo così limitato, sarebbe tremendamente inutile ragionare su quanto sta accadendo in quel preciso istante. Velasco descrive, sorridendo, cosa succede quando lo schiacciatore “si lamenta” dell’alzata fatta male: una serie di rimbalzi di colpe passano dall’alzatore, al ricevitore ed infine ‘all’avversario’. Una cascata inutile e che non porta a nulla.

È proprio in questo momento che, non per disinteresse o perché si pensa che non ci possa essere una soluzione, entra in gioco il problem solving rapidissimo. L’azione può andare bene o non andare a segno. Ma non è questo il punto. Il punto su cui ci si focalizza è l’obiettivo finale. In quel momento è importante trovare il modo migliore per schiacciare la palla. In seguito, in base all’esito dell’azione, lo schiacciatore comprende come schiacciare palle che fino a quel momento non è mai riuscito a schiacciare, oppure come può fare meglio nel caso sia andata comunque a segno.

Dove sta la resilienza?

Forse la risposta è troppo semplice o forse no. Di fatto sta proprio nel portare avanti l’azione. Nel risolvere, appunto, la schiacciata. Per lo meno provarci al meglio e, nonostante il fallimento non accanirsi con il compagno e demoralizzarsi, ma costruire un’azione più efficace.

Un obiettivo conune

L’obiettivo comune di fare un punto per raggiungere la vittoria promuove un problem solving rapido ed efficace. Ed è questo che deve spingere i giocatori ad ‘andare avanti’, a trovare soluzioni.

Cosa c’entra con la vita comune o la corsa?

Mi piace pensare che l’attività sportiva sia una metafora stimolante e significativa di quanto ci succede nella vita. Quotidianamente incontriamo un sacco di palleggiatori che ‘ciccano’ l’alzata, o meglio, non la svolgono come secondo noi sarebbe al meglio e noi dobbiamo fare una scelta: lamentarci con essi o risolvere il problema e ripartire, cercando di condividere con chi mi sta attorno come si potrebbe svolgere al meglio l’azione. In questo modo mi gioco subito una possibilità di raggiungere l’obiettivo, cosa che non si potrebbe raggiunge senza provare, comunque, a schiacciare la palla perché alzata male, o restando a lamentarsi della situazione.

Quindi a voi la scelta.

Nella Vita, fate come gli schiacciatori di Velasco oppure no?

 

Maurizio S.

*Julio Velasco (La Plata, 9 Febbraio 1952) è un allenatore di pallavolo e dirigente sportivo argentino, attuale direttore tecnico del settore giovanile della FIPAV

Che Lavoro Fai?

Che Lavoro Fai?

Che lavoro Fai?

“Ciao, che lavoro fai?”

“Ciao, sono un pedagogista”

“Che bello! Lavori con i bambini allora!?!”

“Ehm, si ecco. Anche.

Diciamo che i ‘bambini’ con cui lavoro hanno un’età compresa tra 0 e 105 anni”.

Questo è il solito teatrino che si presenta quando dico che sono un pedagogista. In particolare, un pedagogista sportivo.

Una figura probabilmente poco conosciuta, forse fraintesa e spesso scambiata con quella dello psicologo sportivo. Ma quindi, chi è il pedagogista sportivo? Cosa fa?

Per maggiore chiarezza, prima definiremo qual è il ruolo e quali sono le competenze del pedagogista, poi approfondiremo quali le competenze specifiche messe in atto in ambito sportivo.

Il Pedagogista è “il professionista che conosce la realtà educativa, la ricostruisce razionalmente, la pianifica a partire da diagnosi pedagogiche accurate dei bisogni e propone opzioni epistemologiche, metodologiche e tecniche idonee e tali da rendere possibili processi di autonomia tali da rendere possibili processi di autonomia ed una assunzione di decisioni individuali e collettive”[1].

Essere Pedagogisti presuppone una gestione autonoma del proprio sapere. Questo comporta una costante rielaborazione delle informazioni rispetto a situazioni nuove e un costante confronto con una realtà lavorativa che sollecita l’acquisizione di nuovi saperi.  Praticamente un continuo.

Sulla base di quanto detto, il pedagogista è lo specialista dei processi educativi e della formazione che svolge un’attività didattica, di sperimentazione e di ricerca nello specifico ambito professionale scelto per l’intervento.

E tutto questo come può essere applicato all’ambito sportivo?

[1] Definizione tratta da www.anpe.it Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani

L’intervento del pedagogista sportivo può essere rivolto a squadre o a singoli atleti.

Abbiamo detto che i ‘bambini’ che seguo hanno un’età che va dagli 0 ai 105 anni, quindi se pensiamo allo sviluppo del bambino e proviamo a pensare al carattere, possiamo definirlo come l’organizzazione stabile e consapevole delle attività psichiche intorno al nucleo affettivo, intellettivo e volitivo. Esso ha senza dubbio una migliore o peggiore formazione all’interno dell’animo degli individui a seconda delle caratteristiche genetiche proprie di ognuno, ma può essere migliorato attraverso il processo educativo.

 

 E qui, si è vero, sto parlando di bambini, lo sport, è parte di questo processo educativo ed il pedagogista entra in questo ambito come facilitare, promotore di relazione, nella creazione di un ambiente positivo che possa sostenere questo processo.

Il ruolo dello Sport

Lo sport assume un ruolo importante che è quello di influenzare la formazione del carattere dell’individuo e riesce a promuoverlo grazie all’esercizio del dominio del proprio corpo, nella resistenza alla fatica causata da uno sforzo.

L’esercizio del dominio del corpo è tale da condurre l’individuo ad un controllo delle passioni, intese come stadi affettivi prolungati, non sempre anormali, in relazione diretta con gli istinti, dominate da un motivo fisso e soverchiante che può essere l’amore, l’avarizia o altro. Il dominio delle passioni coincide con la virtù, e se proviamo a fare un ulteriore passo possiamo dire che, quindi, coincide col Giusto.

La Pedagogia inserita nel panorama sportivo offre un programma di intervento scientifico attraverso: percorsi di formazione allo staff tecnico in cui si analizza lo sviluppo psicofisico del minore per conoscerne la personalità e gli atteggiamenti all’interno del gruppo; percorsi di preparazione mentale dell’atleta e dell’allenatore; coordinamento tra i soggetti sportivi coinvolti nelle Società sportive; colloqui individuali o di gruppo con l’atleta e con gli allenatori.

In un contesto sportivo, quindi, è auspicabile che all’interno del sistema squadra possa essere presente la figura professionale del pedagogista in un rapporto di collaborazione con lo staff tecnico. Questo potrebbe garantire un’analisi globale della situazione sportiva e personale dell’atleta.

Il Bambino e la squadra

Ok, ma il bambino cresce, diventa fanciullo, adolescente (e rompe le scatole, direte voi) e poi diventa adulto… in questa metafora vivente, poco metafora e molto vivente, qual è il ruolo che assume il pedagogista?

Il contesto di una squadra, costituita da bambini o adulti, ha la necessità di godere di un ambiente positivo per permettere agli sportivi di godere dell’attività svolta e questo genererà contribuirà a migliorare decisamente le prestazioni dei singoli e quindi della squadra. Si parla di Passioni, Emozioni, Sentimenti e di Scelte. Forse, troppo spesso ce ne dimentichiamo. E quindi, anche per gli adulti il pedagogista lavorerà con gli stessi obiettivi elencati poco fa.

Poco fa, dicevamo che tra i compiti del pedagogista rientra anche quello di progettare “Percorsi di preparazione mentale dell’atleta”, quindi strettamente rivolto ad un singolo, che sia parte di un gruppo o meno. La ragione più comune che porta allenatori, atleti professionisti o semplici amatori a richiedere una consulenza è quella di migliorare la propria prestazione sportiva. La prestazione può essere incrementata attraverso l’applicazione di programmi centrati al perfezionamento della concentrazione, alla costruzione di strategie mentali efficaci finalizzate al problem solving, ovvero la capacità di pensare e concretizzare azioni per risolvere le problematiche comparse; alla capacità di risollevarsi in seguito ad una sconfitta (quella che può essere definita Resilienza).

 

Sviluppare questi sistemi permette all’atleta di mettersi in condizioni ottimali nel pre-gara consentendo di sfruttare al meglio le proprie competenze.

Si parla anche di ‘ansia da prestazione’ o ‘stress agonistico’. Questo deriva dalle aspettative del singolo e dell’ambiente circostante: imparare a conoscere le proprie reazioni in queste situazioni e a sviluppare al meglio le capacità di gestire questi momenti di tensione contribuisce a migliorare il risultato finale.

 

Che sia una squadra o un singolo atleta, che si tratti di un bambino o di un adulto, il pedagogista sportivo ha l’obiettivo per creare una condizione ed una consapevolezza ottimale per oltrepassare le proprie difficoltà, avanzare sempre più e superare i propri limiti.

Maurizio S.

ULTRAVENTURE di Topoathletic

ULTRAVENTURE di Topoathletic

Finalmente una scarpa Trail per le lunghe distanze. E già vi ho svelato una delle caratteristiche di questo gioiello.

Caratteristiche tecniche

Il differenziale (drop) della scarpa è di 5mm con altezza da terra di 30mm sul tallone e di 25 mm in punta. L’intersuola in EVA presenta 3 diverse densità per garantire la migliore stabilità nella corsa. La suola aggressiva Vibram® XS Trek fornisce trazione, durata e protezione su percorsi tecnici. La linguetta a soffietto e una tomaia in mesh ingegnerizzata resistente all’abrasione offrono la migliore traspirazione e sono state inserite nella tomaia delle “branchie” di drenaggio per il rilascio dell’acqua e un’asciugatura più rapida. Anche le Ultraventure offrono l’esclusivo attacco per ghetta, perfettamente compatibile con la ghetta Topo Athletic in nylon elasticizzato.

Fashion

In questa sezione siamo consapevoli che anche l’occhio vuole la sua parte e su questo modello ci sarebbe da migliorare un pochino, anche se nel mese di settembre anche in Italia si è aggiunto una nuova colorazione.

Dobbiamo farci centinaia di chilometri, è vero, non andare in centro, ma ammettiamo che quando si arriva al rifugio non ci fa schifo sfoggiare una scarpa un po’ più fashion.

Suola

Nelle caratteristiche tecniche affermavamo che la suola è in Vibram® XS Trek. Un prodotto che offre leggermente meno grip rispetto megagrip, ma che non molla la presa nemmeno sui terreni più impervi. Questo vi permetterà di non finire la suola sul cemento come consumate lo zucchero filato durante una serata in fiera ma di correre tranquilli anche sui terreni più impervi.

Personalmente, arrivando da un trascorso di scialpinismo, ho appreso e sperimentato che con una buona tecnica di corsa la trazione e la sicurezza di atterraggio aumentano considerevolmente anche sui terreni più viscidi.

Cosa si intende? Basta infatti atterrare con il piede vicino alla verticale del proprio corpo per aumentare la forza verticale che si esercita sul terreno aumentando, quindi, l’attrito e di conseguenza il GRIP.

Se avete praticato scialpinismo vi ricorderete quando, affrontando le salite più impervie vi urlavano di stare dritti con il corpo per aumentare la presa delle pelli di foca. Valer lo stesso discorso! Più state verticali e più avrete grip.

Intersuola

L’intersuola in EVA presenta 3 diverse densità per garantire la migliore stabilità nella corsa. È una scarpa che anche dopo decine di chilometri culla il vostro piede e lo mantiene al comodo pur regalandovi stabilità e prontezza nei cambi di direzione anche su terreni abbastanza tecnici.

C’è quindi da evidenziare che è una scarpa pensata per le lunghe distanza, quindi la comodità è d’obbligo. Oltre i 50 km fanno proprio la differenza.

Le tre differenti densità di EVA sono così distribuite:

  1. La struttura dal colore grigio chiaro è molto elastica, presenta una buona capacità ammortizzante e di ritorno dell’energia. Inoltre, la sua elevata flessibilità, favorisce un ottimo controllo del passo da parte del runner.
  2. Un altro tipo di gomma Eva, con una gradazione di grigio un po’ più scuro, è stato inserito nella zona laterale interna. Questa ha una maggiore densità restituendo un comportamento più deciso e fermo rispetto alle altre sezioni.
  3. Mentre corrette rimbalzate sul terreno. Mi piace pensare che la corsa è un insieme di piccoli voli. Lasciatemi sognare. Questo pensiero però credo sia stato fatto anche da Tony Post che ha sviluppato e pensato un modo per rendere più comodo il momento dell’atterraggio del piede con il terreno. Infatti, nella zona d’impatto è stato inserito un cuscinetto di gomma Eva dal colore blu con la caratteristica di essere molto soffice.

Non vi resta che volare e “accarezzare” il terreno.

Calzata

La calzata è la tipica di TopoAthletic.

Presenta la classica forma della tomaia ampia sul puntale che la rende comoda e protegge le dita da eventuali intorpidimento dovuto alla corsa su lunga distanza. Veste come un guanto, caratteristica che si riscontra in tutti gli ultimi modelli sfornati da TopoAthletic, merito anche del plantare Ortholite che accompagna il piede in tutti gli atterraggi del piede che la corsa impone.

La Tomaia avvolge perfettamente il dorso e sostiene eccellentemente nella zona mediale interna risultando comunque leggermente rilassato e compatibile con uno stile di corsa adatto proprio alle ULTRA.

 

Il tessuto mesh della tomai offre un’ottima areazione del piede pur essendo ben sostenuta e protetta da ampi layer sintetici. 

Se osserviamo lateralmente le Ultraventure potremo notare le feritoie laterali, avete un paio di squali ai piedi che permettono un ottimo drenaggio dell’acqua imbarcata. Non preoccupatevi, quindi se dovete affrontare delle pozzanghere o dei veri e propri guadi perché l’acqua non ristagna al di sotto della soletta.

Una conchiglia interna molto piccola e molto flessibile caratterizza il contrafforte tallonare.

Neo da migliorare sono i lacci, molto imbottiti e comodi, sembrano anche saldi e precisi, ma alla lunga e soprattutto dopo ore ed ore sotto l’acqua richiedono un controllo saltuario per regolare la chiusura della scarpa. Certo potrete sfruttare questo bisogno per tirare un po’ il fiato, ma su questo c’è da migliorare.

Maurizio S.

Il Tempo Della Corsa

Il Tempo Della Corsa

Il tempo della corsa è come il tempo usato per muovere il cucchiaino nel caffè: serve a far addolcire la vita

Già solo il titolo lo trovo interessante, il resto lo lascio a voi. 

Queste sono le parole che Giulia, una studentessa ha scritto. Prima della lettura, ulteriori miei commenti sarebbero superflui.

Maurizio S.

Alex Zanardi, uomo che ha fatto dello sport la sua spinta per continuare a vivere più forte di prima, dice che: “La vita è come il caffè puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi far girare il cucchiaio. A star fermi non succede nulla”. Correre in salita è come girare quel cucchiaino serve a far addolcire la vita. Questo perché il percorso di ogni essere umano, a volte, può essere amaro; ed è solo chi quel percorso lo cammina quotidianamente, che può scegliere se mantenerlo con lo stesso sapore oppure cambiarlo per raggiungere l’armonia di gusto che soddisfa il proprio palato. Il tempo che si dedica alla corsa quindi, altro non è che il tempo dedicato alla ricerca di quell’equilibrio fisico e psichico che consente di vivere meglio con se stessi e con gli altri. Questo perché quando si fa partire il cronometro dell’orologio, si rimane da soli: soli con il proprio silenzio, ma allo stesso tempo turbati dal rumore dei propri pensieri, che a volte invece di incoraggiare a continuare, vengono influenzati dalla fatica e dall’acido lattico e spingono la testa a mollare; soli con i propri limiti che rappresentano spesso muri troppo alti da varcare, ma solo perché non si è mai provato ad abbatterli; soli perché nessuno può spingere chi corre al traguardo se non il proprio io che deve aggrapparsi alle proprie forze, resistere, lottare ed essere determinato e convinto di potercela fare.

Per riuscire ad oltrepassare la linea dell’arrivo è fondamentale perciò dedicare il giusto tempo ad allenare il proprio corpo, educare la propria anima e imparare ad ascoltarsi per diventare così più forti e resilienti.  Il Piccolo Principe riassumerebbe tutto questo dicendo che: “E’ il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto della tua rosa così importante”.

Per questo correre non è tempo solo dedicato a fare dell’attività fisica, ma è tempo dedicato alla cura della propria vita, perché in fondo come diceva “il re delle Alpi”, Walter Bonatti, “La montagna più alta rimane sempre dentro di noi” e se non si trova un modo per provare a scalarla non si riuscirà mai a scalarne nessuna altra.

Si usi perciò il tempo della vita per muoversi e per fare accadere qualcosa, esattamente come si fa girando il cucchiaino, perché in fondo diciamocelo a chi piace il caffè amaro!!!

 

Giulia C.

 

Allenare l’umore

Allenare l’umore

Allenare l’umore, cosa vorrà dire?

Quando si esce per un trail, spesso ci si concentra sulla qualità dell’allenamento. Si possono fare delle ripetute in salita, degli esercizi funzionali, dei test su percorsi conosciuti a ritmi sostenuti. Insomma ci sono mille modi per allenarsi. Spesso tutto questo è possibile se ci si allena da soli.

Allenarsi in solitaria è una delle cose che preferisco e immagino che, tra voi lettori, ci siano molti lupi solitari.

Stare da soli nella natura ci permette di entrare in contatto con noi stessi in un contesto non sempre facile, ma è sempre funzionale?

Certamente ha i suoi aspetti positivi, inutile negarlo (anche perché andrei contro quanto ho sempre descritto e consigliato) ma ci sono dei momenti ed è necessario prevederli che bisogna ‘abbandonare’ la solitaria e godersi un “viaggio” diverso.

Così è stato per me l’allenamento di ieri.

Avevo previsto un lungo non propriamente tranquillo.

Cosa ho fatto, invece, è stato quello che ho definito “allenamento dell’umore”.

Ero in compagnia, piacevole compagnia e i ritmi erano diversi. Questa volta sarei potuto andare un po’ più veloce, non di tanto lo ammetto.

Il compagno di viaggio, gentilissimo, mi ha più volte invitato a tenere il mio passo, ad andare avanti, a fare il lungo ma ad un certo punto, godendo della compagnia mi è uscito proprio questa affermazione.

“Oggi alleno l’umore”.

E così è stato.

20 km, 1400mt di D+, 4h e qualche minuto e tante parole, scambi di opinione, pensieri e condivisione di preoccupazioni, ma anche strategie, alimentazione corretta e tecniche e metodi per monitorare il proprio stato di salute. Diciamo che abbiamo messo a confronto le nostre professionalità ed è emerso una lunga chiacchierata arricchente.


Perciò, ai lupi solitari, consiglio di inserire allenamenti in cui si decide di andare al passo del più lento e godere della compagnia. Godere dello scambio, mettere in atto quella che definisco ‘la riflessione’.

Una riflessione condivisa e quindi arricchente, una riflessione che può portare a fare dell’esperienza uno strumento di evoluzione.

Buon viaggio, in compagnia..

Maurizio S.

“LA FATICA NON è MAI SPRECATA”

“LA FATICA NON è MAI SPRECATA”

La fatica non è mai sprecata: soffri ma sogni”

cit. Pietro Mennea

Silvia Serugeri, classe 1980, i punti dell’Esselunga, come dice lei, le hanno permesso di vincere la Coppia Italia CSEN nel Canicross categoria Senior Woman.

Costanza e perseveranza, le hanno permesso di essere davanti a tutte. Questo lo dico io.

Ma andiamo per gradi e proviamo ad indagare sulla vita di questa ‘giovane’ fanciulla:

Cos’è, o come descriveresti, il “canicross”?

Il canicross è una corsa campestre col cane, padrone e cane indossano attrezzatura specifica (imbrago da traino per il quadrupede, linea ammortizzata al posto del guinzaglio e cintura lombare per l’umano) e corrono in modo che il cane possa esercitare il traino. Nasce per allenare i cani da slitta in mancanza di neve e per addestrarli ai primi comandi per lavorare in muta e poi si evolve come disciplina sportiva in modo autonomo. Queste le definizioni tecniche. 

Per me il canicross è un magnifico momento di condivisione con la mia cagnolina Maya, un modo per fare sport insieme all’aria aperta.

Raccontaci di come hai iniziato questa disciplina?

Tutto ha inizio dalle passeggiate nei boschi insieme alla mia bracca, lei corre, annusa, gira a velocità pazzesca e io cammino…un giorno sul nostro sentiero preferito inizio a correre, lei si inchioda, mi guarda, fa un sorriso a mille denti e si mette a correre accanto a me come se non aspettasse altro, felice che io finalmente abbia rotto il passo. Poco dopo scopro che esiste una disciplina cinofila che si sta affermando in Italia che si chiama appunto canicross e che permette di correre col cane in tutta sicurezza, siamo nel 2015, faccio uno stage, mi procuro l’attrezzatura ed iniziamo. Da quel momento è passato diverso tempo, gli allenamenti non sono stati costanti fino ad impegnarci un po’ di più a fine 2017 (nel frattempo io ho fatto qualche corsa trail e mi sono preparata prima per una mezza maratona e poi per una ecomaratona).

Chi è Maya?

Maya…Maya è la mia anima selvaggia, è la mia maestra di presenza nel “qui ed ora”, è la mia personal trainer…per le persone comuni è il mio cane. È una bracca tedesca, kuzhaar, di 5 anni, arrivata da me a 7 mesi dopo aver girato diverse famiglie. Era una cagnolina timida ed insicura con cui ho dovuto lavorare molto per darle fiducia nel mondo e nelle persone. Abbiamo fatto tante cose insieme appunto perché aveva bisogno di ampliare il suo ventaglio di esperienze; l’attività sportiva è stata fondamentale per la sua crescita fino ad arrivare ad essere perfettamente tranquilla in competizioni internazionali di alto livello con molti altri cani. Un cane timido ti costringe ad una profonda empatia per capire le sue esigenze e i suoi momenti di difficoltà, ti costringe a trovare strategie educative per aumentare il suo benessere emotivo e le sue competenze affinchè possa muoversi nel mondo con sicurezza e tranquillità. Tutte queste esperienze mi hanno portato a formarmi come educatore cinofilo per capire ancora meglio il “mondocane”.

Cane e uomo, come descriveresti questo binomio?

È un legame ancestrale, antichissimo. Uomo e cane si sono co-evoluti, da millenni camminano fianco a fianco. Questo legame si percepisce con una semplice passeggiata nel bosco dove i nostri sensi da cacciatore si amplificano e dove le gambe scalpitano per correre. L’essenza del binomio si sperimenta ogni volta che cane e uomo fanno qualcosa insieme, è più facile sentire questo legame quando il cane esprime il lavoro per cui è stato selezionato (caccia, conduzione bestiame, ecc…) oppure durante l’attività sportiva come il canicross (anche in tutte le altre discipline sportive che hanno come compagno il cane, ben inteso). È una magica trasformazione, si diventa un solo individuo a sei zampe, la comunicazione si riduce all’essenziale, ogni parte del corpo si muove con uno scopo e il cane ci “legge” come un libro e si comporta di conseguenza. La fatica diventa condivisa, il ritmo è unico, la linea che unisce va ben oltre alla materia della linea ammortizzata dell’attrezzatura, unisce due cuori e due cervelli verso uno scopo condiviso. 

Correre insieme è faticoso perché il cane ovviamente va molto più veloce e bisogna far girare le gambe (no, non è comodo come pensano tutti quelli che mi fanno le battute per strada “Facile farsi tirare”), ma è anche un sacco divertente!

Come organizzi i tuoi allenamenti e, soprattutto, ti alleni sempre con Maya?

Io mi alleno almeno 3 volte a settimana (sotto le scudisciate del coach Maurizio), Maya la alleno un paio di volte a settimana con corse libera in bici o corse in montagna, quest’estate visto il gran caldo la facevo nuotare al lago. Non posso allenarmi sempre con Maya perché prima devo aumentare sulle mie velocità e resistenza, in modo da pesare meno durante la corsa con lei, e poi lavorare sulle sue; se corressimo sempre insieme io non migliorerei mai e lei non potrebbe mai raggiungere i suoi massimi picchi di velocità, sono quelli che la allenano!

Polonia 2018, cosa è successa in questa curiosa nazione?

Il 6 e 7 Ottobre abbiamo partecipato ai mondiali ICF di canicross. L’esperienza è stata fenomenale. Abbiamo potuto gareggiare accanto ad atleti di altissimo livello, ho visto dal vivo prestazioni che avevo potuto vedere solo su Youtube o su Facebook. Ho imparato tanto sulla gestione del cane dagli atleti esteri e dai compagni di squadra italiani.

Maya si è dimostrata una bracchetta con grande equilibrio e generosa, nonostante l’adrenalina, il casino degli altri cani, il pubblico, il caldo anomalo per la Polonia e per ottobre lei è stata perfetta. Nessuna incertezza, nessuna paura e tanta voglia di correre!

Un mondiale aspettato, considerando che pratichi questa disciplina da tantissimo tempo (guardate la mia faccia ironica)?

Più che aspettato direi sognato! Abbiamo iniziato con allenamenti costanti a fine 2017, da gennaio 2018 abbiamo iniziato la stagione di gare partecipando alle varie selettive e al Campionato Italiano a fine marzo. Siamo rientrate nella nazionale a pelo, con una sensazione di inadeguatezza quasi perché mi sentivo un po’ fuori posto accanto a persone più veloci di me. Fortunatamente Maya mi è venuta in aiuto…lei correva, non gliene fregava nulla di selezioni, tempi e altro…ho deciso così di scrollarmi di dosso l’inadeguatezza e allenarmi per arrivare ai Mondiali preparata, senza infortuni e al massimo della mia condizione fisica del momento. Sono stati mesi duri, caldo, doppi allenamenti (allenamento di Maya e allenamento mio), alimentazione di entrambe da curare, logistica da organizzare per una trasferta internazionale (documenti, vaccini, alloggio, attrezzatura) e poi…ad un anno esatto dalla rinuncia all’ecomaratona del 2017 per un infortunio siamo partite per questa bellissima avventura. La preparazione dei mesi precedenti ha avuto i suoi frutti, soprattutto sulla tranquillità di Maya e di conseguenza sulla mia. L’organizzazione di ogni particolare aiuta a non lasciare spazio all’ansia e a godersi la competizione. 

La partenza del primo giorno di gara ha cancellato tutta la fatica in un secondo dopo lo start ed è stata solo emozione di essere presenti io e Maya ad un evento simile!

A quali gare parteciperai e quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

La nuova stagione di gare è alle porte, parteciperò ad alcune selettive e l’obiettivo è arrivare al top della forma per il Campionato Italiano di marzo 2019…dove prenderanno i tempi per la nuova nazionale.

Nel frattempo farò anche qualche gara del circuito Canicross UISP, si tratta di gare meno veloci, ma con salite e discese per cui impegnative sotto altri aspetti. Mi piacerebbe riuscire a partecipare al Trophee des Montagnes in Francia; quest’anno ho fatto solo tre dei dieci giorni di gare, esperienza bellissima anche qui che mi ha permesso di testare Maya nella confusione di altri cani scalpitanti e nella gestione delle discese a rotta di collo. Mi piacerebbe fare di tutto e di più, ma ho capito che è meglio selezionare le attività sennò si rischia di sovraccaricare la preparazione, devo poi sempre ricordarmi che non sono da sola e che il benessere di maya e la sua motivazione sono le cose più importanti.

Europeo ICF 2019[1], tempi duri si attendono… cosa ha reso più complicato il tutto?

Il livello delle “avversarie” è alto sia per la parte umana che per la parte canina (moltissimi sono i greyster, cani selezionati appositamente per questo sport), i criteri della selezione sembrano essere ben al di sopra delle mie possibilità.

Accettiamo la sfida e cercheremo di migliorare, il percorso sarà faticoso, ora si tratta di lavorare la velocità un pezzetto per volta per avvicinarsi il più possibile a quanto richiesto senza farsi male e senza spremere troppo Maya.

Ci racconti un aneddoto?

Ho parlato di allenamento del cane e di cura dell’alimentazione, beh se Maya potesse parlare direbbe che tra le due quella lenta e culona sono io e che lei può mangiare quel che le pare, tanto brucia tutto…visto che non può esprimere questo pensiero a parole lo esprime coi fatti.

Aprile 2017 dovevamo partecipare ad un Dog Trail domenicale di 17 km a Salice Terme, il giorno prima, presa da non so quale spirito culinario preparo una torta di mele enorme, la sforno e la lascio sui fornelli a riposare. Esco dieci minuti per non ricordo cosa, al rientro tutto normale, senonchè trovo in terra il coltello che avevo usato per staccare un po’ i bordi della torta dalla tortiera, mi domando che ci faccia in terra. Giro lo sguardo verso i fornelli e trovo la tortiera vuota, linda e pinta e perfettamente al suo posto. A quel punto guardo Maya che restituisce uno sguardo misto tra colpevolezza, sfida ed indifferenza dalla sua brandina. Insomma ‘sta disgraziata si era mangiata due kg di torta il giorno prima della gara, il mio pensiero era tutto per come sarebbe stata la sua pancia durante la competizione…

Beh, nessun problema, questa ha stomaco ed intestino di ferro, abbiamo finito il trail senza problemi ed abbiamo conquistato pure il podio, in modo assolutamente inusuale…ma questo merita un altro racconto!

Cosa fai per mantenerti?

Sono il Conservatore del Museo delle armi e della tradizione armiera di Gardone Val Trompia all’interno di Villa Mutti Bernardelli dove c’è anche la Biblioteca. 

Sono archeologa medievista, ma ho abbandonato da tempo il lavoro sul campo e dal 2010 lavoro all’interno del Museo.

Maurizio S.


[1]Un anno verrà fatto un mondiale, un anno un europeo, per cui nel 2019 sarà un europeo.