Allenare l’umore

Allenare l’umore

Allenare l’umore, cosa vorrà dire?

Quando si esce per un trail, spesso ci si concentra sulla qualità dell’allenamento. Si possono fare delle ripetute in salita, degli esercizi funzionali, dei test su percorsi conosciuti a ritmi sostenuti. Insomma ci sono mille modi per allenarsi. Spesso tutto questo è possibile se ci si allena da soli.

Allenarsi in solitaria è una delle cose che preferisco e immagino che, tra voi lettori, ci siano molti lupi solitari.

Stare da soli nella natura ci permette di entrare in contatto con noi stessi in un contesto non sempre facile, ma è sempre funzionale?

Certamente ha i suoi aspetti positivi, inutile negarlo (anche perché andrei contro quanto ho sempre descritto e consigliato) ma ci sono dei momenti ed è necessario prevederli che bisogna ‘abbandonare’ la solitaria e godersi un “viaggio” diverso.

Così è stato per me l’allenamento di ieri.

Avevo previsto un lungo non propriamente tranquillo.

Cosa ho fatto, invece, è stato quello che ho definito “allenamento dell’umore”.

Ero in compagnia, piacevole compagnia e i ritmi erano diversi. Questa volta sarei potuto andare un po’ più veloce, non di tanto lo ammetto.

Il compagno di viaggio, gentilissimo, mi ha più volte invitato a tenere il mio passo, ad andare avanti, a fare il lungo ma ad un certo punto, godendo della compagnia mi è uscito proprio questa affermazione.

“Oggi alleno l’umore”.

E così è stato.

20 km, 1400mt di D+, 4h e qualche minuto e tante parole, scambi di opinione, pensieri e condivisione di preoccupazioni, ma anche strategie, alimentazione corretta e tecniche e metodi per monitorare il proprio stato di salute. Diciamo che abbiamo messo a confronto le nostre professionalità ed è emerso una lunga chiacchierata arricchente.


Perciò, ai lupi solitari, consiglio di inserire allenamenti in cui si decide di andare al passo del più lento e godere della compagnia. Godere dello scambio, mettere in atto quella che definisco ‘la riflessione’.

Una riflessione condivisa e quindi arricchente, una riflessione che può portare a fare dell’esperienza uno strumento di evoluzione.

Buon viaggio, in compagnia..

Maurizio S.

“LA FATICA NON è MAI SPRECATA”

“LA FATICA NON è MAI SPRECATA”

La fatica non è mai sprecata: soffri ma sogni”

cit. Pietro Mennea

Silvia Serugeri, classe 1980, i punti dell’Esselunga, come dice lei, le hanno permesso di vincere la Coppia Italia CSEN nel Canicross categoria Senior Woman.

Costanza e perseveranza, le hanno permesso di essere davanti a tutte. Questo lo dico io.

Ma andiamo per gradi e proviamo ad indagare sulla vita di questa ‘giovane’ fanciulla:

Cos’è, o come descriveresti, il “canicross”?

Il canicross è una corsa campestre col cane, padrone e cane indossano attrezzatura specifica (imbrago da traino per il quadrupede, linea ammortizzata al posto del guinzaglio e cintura lombare per l’umano) e corrono in modo che il cane possa esercitare il traino. Nasce per allenare i cani da slitta in mancanza di neve e per addestrarli ai primi comandi per lavorare in muta e poi si evolve come disciplina sportiva in modo autonomo. Queste le definizioni tecniche. 

Per me il canicross è un magnifico momento di condivisione con la mia cagnolina Maya, un modo per fare sport insieme all’aria aperta.

Raccontaci di come hai iniziato questa disciplina?

Tutto ha inizio dalle passeggiate nei boschi insieme alla mia bracca, lei corre, annusa, gira a velocità pazzesca e io cammino…un giorno sul nostro sentiero preferito inizio a correre, lei si inchioda, mi guarda, fa un sorriso a mille denti e si mette a correre accanto a me come se non aspettasse altro, felice che io finalmente abbia rotto il passo. Poco dopo scopro che esiste una disciplina cinofila che si sta affermando in Italia che si chiama appunto canicross e che permette di correre col cane in tutta sicurezza, siamo nel 2015, faccio uno stage, mi procuro l’attrezzatura ed iniziamo. Da quel momento è passato diverso tempo, gli allenamenti non sono stati costanti fino ad impegnarci un po’ di più a fine 2017 (nel frattempo io ho fatto qualche corsa trail e mi sono preparata prima per una mezza maratona e poi per una ecomaratona).

Chi è Maya?

Maya…Maya è la mia anima selvaggia, è la mia maestra di presenza nel “qui ed ora”, è la mia personal trainer…per le persone comuni è il mio cane. È una bracca tedesca, kuzhaar, di 5 anni, arrivata da me a 7 mesi dopo aver girato diverse famiglie. Era una cagnolina timida ed insicura con cui ho dovuto lavorare molto per darle fiducia nel mondo e nelle persone. Abbiamo fatto tante cose insieme appunto perché aveva bisogno di ampliare il suo ventaglio di esperienze; l’attività sportiva è stata fondamentale per la sua crescita fino ad arrivare ad essere perfettamente tranquilla in competizioni internazionali di alto livello con molti altri cani. Un cane timido ti costringe ad una profonda empatia per capire le sue esigenze e i suoi momenti di difficoltà, ti costringe a trovare strategie educative per aumentare il suo benessere emotivo e le sue competenze affinchè possa muoversi nel mondo con sicurezza e tranquillità. Tutte queste esperienze mi hanno portato a formarmi come educatore cinofilo per capire ancora meglio il “mondocane”.

Cane e uomo, come descriveresti questo binomio?

È un legame ancestrale, antichissimo. Uomo e cane si sono co-evoluti, da millenni camminano fianco a fianco. Questo legame si percepisce con una semplice passeggiata nel bosco dove i nostri sensi da cacciatore si amplificano e dove le gambe scalpitano per correre. L’essenza del binomio si sperimenta ogni volta che cane e uomo fanno qualcosa insieme, è più facile sentire questo legame quando il cane esprime il lavoro per cui è stato selezionato (caccia, conduzione bestiame, ecc…) oppure durante l’attività sportiva come il canicross (anche in tutte le altre discipline sportive che hanno come compagno il cane, ben inteso). È una magica trasformazione, si diventa un solo individuo a sei zampe, la comunicazione si riduce all’essenziale, ogni parte del corpo si muove con uno scopo e il cane ci “legge” come un libro e si comporta di conseguenza. La fatica diventa condivisa, il ritmo è unico, la linea che unisce va ben oltre alla materia della linea ammortizzata dell’attrezzatura, unisce due cuori e due cervelli verso uno scopo condiviso. 

Correre insieme è faticoso perché il cane ovviamente va molto più veloce e bisogna far girare le gambe (no, non è comodo come pensano tutti quelli che mi fanno le battute per strada “Facile farsi tirare”), ma è anche un sacco divertente!

Come organizzi i tuoi allenamenti e, soprattutto, ti alleni sempre con Maya?

Io mi alleno almeno 3 volte a settimana (sotto le scudisciate del coach Maurizio), Maya la alleno un paio di volte a settimana con corse libera in bici o corse in montagna, quest’estate visto il gran caldo la facevo nuotare al lago. Non posso allenarmi sempre con Maya perché prima devo aumentare sulle mie velocità e resistenza, in modo da pesare meno durante la corsa con lei, e poi lavorare sulle sue; se corressimo sempre insieme io non migliorerei mai e lei non potrebbe mai raggiungere i suoi massimi picchi di velocità, sono quelli che la allenano!

Polonia 2018, cosa è successa in questa curiosa nazione?

Il 6 e 7 Ottobre abbiamo partecipato ai mondiali ICF di canicross. L’esperienza è stata fenomenale. Abbiamo potuto gareggiare accanto ad atleti di altissimo livello, ho visto dal vivo prestazioni che avevo potuto vedere solo su Youtube o su Facebook. Ho imparato tanto sulla gestione del cane dagli atleti esteri e dai compagni di squadra italiani.

Maya si è dimostrata una bracchetta con grande equilibrio e generosa, nonostante l’adrenalina, il casino degli altri cani, il pubblico, il caldo anomalo per la Polonia e per ottobre lei è stata perfetta. Nessuna incertezza, nessuna paura e tanta voglia di correre!

Un mondiale aspettato, considerando che pratichi questa disciplina da tantissimo tempo (guardate la mia faccia ironica)?

Più che aspettato direi sognato! Abbiamo iniziato con allenamenti costanti a fine 2017, da gennaio 2018 abbiamo iniziato la stagione di gare partecipando alle varie selettive e al Campionato Italiano a fine marzo. Siamo rientrate nella nazionale a pelo, con una sensazione di inadeguatezza quasi perché mi sentivo un po’ fuori posto accanto a persone più veloci di me. Fortunatamente Maya mi è venuta in aiuto…lei correva, non gliene fregava nulla di selezioni, tempi e altro…ho deciso così di scrollarmi di dosso l’inadeguatezza e allenarmi per arrivare ai Mondiali preparata, senza infortuni e al massimo della mia condizione fisica del momento. Sono stati mesi duri, caldo, doppi allenamenti (allenamento di Maya e allenamento mio), alimentazione di entrambe da curare, logistica da organizzare per una trasferta internazionale (documenti, vaccini, alloggio, attrezzatura) e poi…ad un anno esatto dalla rinuncia all’ecomaratona del 2017 per un infortunio siamo partite per questa bellissima avventura. La preparazione dei mesi precedenti ha avuto i suoi frutti, soprattutto sulla tranquillità di Maya e di conseguenza sulla mia. L’organizzazione di ogni particolare aiuta a non lasciare spazio all’ansia e a godersi la competizione. 

La partenza del primo giorno di gara ha cancellato tutta la fatica in un secondo dopo lo start ed è stata solo emozione di essere presenti io e Maya ad un evento simile!

A quali gare parteciperai e quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

La nuova stagione di gare è alle porte, parteciperò ad alcune selettive e l’obiettivo è arrivare al top della forma per il Campionato Italiano di marzo 2019…dove prenderanno i tempi per la nuova nazionale.

Nel frattempo farò anche qualche gara del circuito Canicross UISP, si tratta di gare meno veloci, ma con salite e discese per cui impegnative sotto altri aspetti. Mi piacerebbe riuscire a partecipare al Trophee des Montagnes in Francia; quest’anno ho fatto solo tre dei dieci giorni di gare, esperienza bellissima anche qui che mi ha permesso di testare Maya nella confusione di altri cani scalpitanti e nella gestione delle discese a rotta di collo. Mi piacerebbe fare di tutto e di più, ma ho capito che è meglio selezionare le attività sennò si rischia di sovraccaricare la preparazione, devo poi sempre ricordarmi che non sono da sola e che il benessere di maya e la sua motivazione sono le cose più importanti.

Europeo ICF 2019[1], tempi duri si attendono… cosa ha reso più complicato il tutto?

Il livello delle “avversarie” è alto sia per la parte umana che per la parte canina (moltissimi sono i greyster, cani selezionati appositamente per questo sport), i criteri della selezione sembrano essere ben al di sopra delle mie possibilità.

Accettiamo la sfida e cercheremo di migliorare, il percorso sarà faticoso, ora si tratta di lavorare la velocità un pezzetto per volta per avvicinarsi il più possibile a quanto richiesto senza farsi male e senza spremere troppo Maya.

Ci racconti un aneddoto?

Ho parlato di allenamento del cane e di cura dell’alimentazione, beh se Maya potesse parlare direbbe che tra le due quella lenta e culona sono io e che lei può mangiare quel che le pare, tanto brucia tutto…visto che non può esprimere questo pensiero a parole lo esprime coi fatti.

Aprile 2017 dovevamo partecipare ad un Dog Trail domenicale di 17 km a Salice Terme, il giorno prima, presa da non so quale spirito culinario preparo una torta di mele enorme, la sforno e la lascio sui fornelli a riposare. Esco dieci minuti per non ricordo cosa, al rientro tutto normale, senonchè trovo in terra il coltello che avevo usato per staccare un po’ i bordi della torta dalla tortiera, mi domando che ci faccia in terra. Giro lo sguardo verso i fornelli e trovo la tortiera vuota, linda e pinta e perfettamente al suo posto. A quel punto guardo Maya che restituisce uno sguardo misto tra colpevolezza, sfida ed indifferenza dalla sua brandina. Insomma ‘sta disgraziata si era mangiata due kg di torta il giorno prima della gara, il mio pensiero era tutto per come sarebbe stata la sua pancia durante la competizione…

Beh, nessun problema, questa ha stomaco ed intestino di ferro, abbiamo finito il trail senza problemi ed abbiamo conquistato pure il podio, in modo assolutamente inusuale…ma questo merita un altro racconto!

Cosa fai per mantenerti?

Sono il Conservatore del Museo delle armi e della tradizione armiera di Gardone Val Trompia all’interno di Villa Mutti Bernardelli dove c’è anche la Biblioteca. 

Sono archeologa medievista, ma ho abbandonato da tempo il lavoro sul campo e dal 2010 lavoro all’interno del Museo.

Maurizio S.


[1]Un anno verrà fatto un mondiale, un anno un europeo, per cui nel 2019 sarà un europeo.

Dipendenza: Succedeva un anno fa..

Dipendenza. Ridendo e scherzando credo si debba fare chiarezza. Grazie anche al post scritto da Daniele Uboldi ho pensato di fare una riflessione, proprio perché dai ‘pochi’ commenti che ho letto in fondo all’articolo ho ritenuto che il nostro modo ilare di affrontare il discorso può non aver aiutato.

 

Due punti che voglio chiarire subito:
L’articolo non è stato scritto da una psicologa invidiosa, ma da un tecnico e per quanto possa aver scritto qualcosa di opinabile o criticabile (a tutto possiamo muovere una critica costruttiva).
La psicologia o la psicoterapia non sono l’unica soluzione, ma una parte di una più ampia rete di supporto.

 

c’è da fare un distinguo: se andate a correre tutti giorni nonostante le intemperie, nonostante il lavoro massacrante che vi aspetta o che ha caratterizzato la vostra giornata non siete dipendenti.

 

Nell’articolo è anche abbastanza spiegato, ma è necessario leggerlo con attenzione senza pregiudizi.

 

Lavoro nel campo delle dipendenze e so come si possa sfruttare la corsa per sostituire una dipendenza poco sana con una più benefica, ma la DIPENDENZA è SEMPRE problematica, perché per quanto l’attività fisica sia salutare se fatta in modo scorretto diventa deleteria.

 

Di fatto c’è poca letteratura, in Italia, come viene detto anche nell’articolo.
E’ però vero che la dipendenza va riconosciuta. Non va demonizzata, ma nemmeno sottovalutata.
Non è facile accettarla, come non è facile riconoscere accettare gli strumenti utili per affrontare e superarla, vedasi quelle bellissime magliette che indossiamo orgogliosamente e con spavalderia dove c’è scritto “non ho bisogno del terapeuta, io vado in montagna”. Bene. Abbiamo fatto centro.
Si parla di dipendenza quando si arriva a protrarre l’atteggiamento anche quando si lede sé stessi.

 

Per quanto sia difficile riconoscere questa situazione, è però vero che possiamo osservare molti infortuni dettati da mal gestioni, e, forse, approfondire queste ‘mail gestioni’ potrebbe essere utile.

 

È importante non dimenticarsi che anche le azioni che hanno uno scopo promotore del benessere possono ledere alla persona stessa se, questa, non viene considerata e programmata correttamente ed adeguatamente.

 

Ma soprattutto smettiamola di dover essere sempre per forza al TOP, non avere problemi, difficoltà o altro perché “lo stesso coltello che può essere utilizzato per sbucciare un frutto, può tagliarti un piede”

 

Maurizio S.

 

 

 

qui sotto il link in questione

 

Quando la corsa diventa dipendenza: “Patologia da non sottovalutare”

 

Terraventure, la scarpa che sa stare al passo.

Terraventure, la scarpa che sa stare al passo.

Terraventure, la scarpa che sa stare al passo di Topo Athletic è un interessante possibilità se cerchiamo nel mondo delle calzature per Trail Running in versione #Movebetternaturally. Ma vediamo di cosa stiamo parlando.

Prime Impressioni

La spesa è in linea con le sue dirette concorrenti, ma quando spendi 150€ per un paio di scarpe, hai sempre quella leggera ansia, che ti attanaglierà fino a quando non metterai ai piedi le meravigliose creature e le consumerai tra la polvere, nel fango o sulla nella neve dei sentieri percorsi per poi rientrare a casa. Togliersi le scarpe soddisfatti e bersi una birra. Ma quest’ultima parte, quella alcolica, è l’unica parte certa.

Ho percorso 400km tra sentieri, guadi, boschi innevati e tratti di bitume (BLEAH!) per provare le Terraventure e per potervi raccontare cosa ne penso. Ora mi sto bevendo l’ennesima rossa e posso spulciare pregi e difetti.

Ciò che attira subito il mio sguardo è la linea, generosamente ampia nell’avampiede, ma che non risulta esagerata e sproporzionata all’occhio.

 

Non è una scarpa minimalista, anche se, come molti modelli Topo, ha un drop ridotto che accompagna il runner durante il percorso di transizione (che poi, parlare di transizione, a mio avviso non è poi così corretto, ma lo vedremo in un altro articolo QUI), quindi ha una sezione nell’avampiede ampio e una buona protezione dell’intersuole.

Ricordiamoci che DROP 0, non vuol dire NESSUNA PROTEZIONE!

Alcune misure

Altro dato da mettere in evidenza è che non ci sono supporti per l’arco plantare aggravanti o altri elementi strutturali che impediscono ai miei piedi e alle caviglie di svolgere il loro lavoro. Con un peso di 275 g in una taglia 9, ed è sorprendentemente flessibile.

 

Quando ho messo la scarpa per la prima volta ho potuto dire che c’era qualcosa di speciale. L’intersuola vanta un’altezza di 25 mm nella parte posteriore del tallone e di 22mm nella parte dell’avanpiede, creando così un drop di 3 mm. Una misura prossima allo 0, ma che contribuisce a non sollecitare troppo i sistemi di movimenti coinvolti.

Il piede medio e il tallone si adattano perfettamente grazie in parte al taglio dell’ultimo e al sistema di allacciatura.

Trovo Curioso il colletto alto che avvolge il tendine di Achille, potrebbe risultare fastidioso, ma gioca una funzione di contenimento nei tratti veloci e tecnici, anche se risulta però necessario abituarsi a questa caratteristica pronunciata.

Costruzione

Questa scarpa è costruita per durare mantenendo il vostro piede a proprio agio. Invece di usare mesh con overlay per il rinforzo, Topo ha valutato di stampare il pattern direttamente sulla mesh. Ciò fornisce resistenza e durata riducendo al contempo il numero di parti che possono guastarsi. Sono anche riusciti a usare solo una cucitura nella tomaia eliminando i punti di rottura.

 

Il sistema di allacciatura delle Terraventure utilizza un sistema ad asole in tessuto molto resistenti, in sostituzione ai classici fori, su tutta la lunghezza del piede tranne che per i primi due fori in alto. Ho trovato comodo per gestire e regolare la pressione di chiusura della scarpa, soprattutto quando si utilizza il metodo di blocco per la discesa. L’imbottitura nella lingua è moderata. Quanto basta per dargli struttura e proteggere la parte superiore dei tuoi piedi dai lacci, ma non così spessa da sembrare di intralcio, anche se, in risposta ai terreni che affronto, non mi sarebbe dispiaciuto una maggior generosità nella lunghezza della linguetta stessa.

Colletto, bordi e linguetta, nel loro insieme, offrono un’ottima protezione.  La tecnologia usata e dedicata alla progettazione di questa tomaia rende il prodotto bello alla vista. Quando lo guardi da vicino è bello, ma c’è un rovescio della medaglia: il materiale stampato rischia di rallentare la ventilazione ed il drenaggio, ma ritengo che la capacità di areazione e drenaggio delle parti ‘aperte’ consente di controbilanciare questo difetto. Durante le giornate afose e calde, ammetto che non dispiace trovare qualche guado per rinfrescare i piedi. D’inverno, il problema non sussiste, la temperatura è piacevole, anche dato dal fatto che mentre si corre il piede si riscalda immediatamente mantenendo una temperatura ideale.

Soletta, intersuola e suola

Le solette sono rimovibili. Per la maggior parte sono comode, le ho trovate leggermente in difetto rispetto alla forma della scarpa, si ha quasi l’impressione che sia in punta che sul tallone siano troppo lunghe. Questa sensazione oculare non si riscontra quando si indossa la scarpa, ma è un particolare che voglio approfondire.

Comode e straordinariamente flessibili. Nulla da aggiungere.

Sperimentate su ogni tipo di terreno, hanno saputo dare il meglio di sé durante il CFT, un trail da 65 km con 4000 mt di dislivello positivo in cui si incontrano diverse tipologie di terreno. Terra, rocce, pietrame…  Su tratti tecnici e ricchi di rocce la pianta del piede e i piedi son ben protetti e il terreno viene ben gestito. Propriocezione e sensibilità completano il tutto. Quando al 50esimo chilometro (ormai più di là che di qua, grazie alla mia super forma) ho dovuto affrontare un bosco con una meravigliosa discesa su terra, segnalata con “ATTENZIONE TRATTO SCIVOLOSO”, ho apprezzato tantissimo la tenuta impeccabile delle Terraventure che mi hanno permesso di recuperare un po’ di forze.

Venendo da Vibram, Tony Post sa come realizzare una suola ad elevata prestazione..Prendendo spunto da quanto afferma lo stesso Tony Post, le Terraventure sono dotate di anse aggressive e ad ampia apertura per discese difficili, alette di stabilità attraverso l’area mediale e anse più piccole con scanalature flessibili nell’avampiede per ottimizzare la trazione in salita e in discesa. La suola utilizza diverse alette per terreni diversi.

Resta da evidenziare un solo particolare da migliorare: nei tratti fangosi la dispersione del materiale avviene con più di fatica. Il disegno risulta forse troppo accentuato per i terreni fangosi. Da tenere in considerazione.

Resta però importante fare due considerazioni:

  1. Su terreni particolarmente fangosi potrebbero essere utili i ramponcini
  2. Il fango è nemico di tutte quelle suole con tacchettatura pronunciata. Ricordiamocelo e prendiamo provvedimenti, almeno sui lunghi trail dove abbiamo la possibilità di avere dei cambi.

 

Conclusione

Le Topoathletic restano le mie scarpe da trail e ultra trail preferite. I sentieri che solco sono piuttosto tecnici e, quando sono bagnati, non presentano zone fangose.

Ritengo, quindi, le Terraventure un’ottima scarpa da trail che, però, potrebbe migliorare, comunque, la ventilazione e il drenaggio del fango.

Rispetto allo stile, è TopoAthletic. Punto, anzi TOPO.

 

Maurizio S.
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Maurizio S.
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cit. Dalai Lama

 

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MT2 Topo Athletic, leggere, durature e difetti da trovare

MT2 Topo Athletic, leggere, durature e ci sono ancora un po’ di difetti da scovare

Da qualche anno possiamo vedere on line ed ai piedi di alcuni Runners delle scarpe ‘strane’ e accattivanti: Topo Athletic.

Uno dei modelli che questo marchio ha presentato in Italia e che ho potuto sperimentare è il modello MT2.

Topo Athletic è nato dalla mano di Tony Post, ex direttore esecutivo di Vibram, e proprio dal suo nome deriva il marchio di queste scarpe: TOPO (TOny POst). La filosofia applicata alle calzature prevede una corsa vicina al Natural Running con scarpe adatte alla transizione.

Sia su Asfalto che in modalità Trail Running, le Topoathletic permettono ai runner di ottenere un’impronta quanto più naturale possibile e di evitare qualsiasi tipo di correzione, come il controllo della pronazione. Topo Athletic MT2 ha una forma abbastanza ampia e ha solo un differenziale di 3 mm.

Topoatheltic si affaccia su un mercato specifico, con l’intento di accompagnare i runner nel loro percorso per migliorare la tecnica di corsa. Un’evoluzione continua, che, probabilmente, obbligherà il marchio a continue sperimentazioni.

 

Primi Chilometri..

Prima di infilare le scarpe ai piedi, le ho osservate e girate tra le mani e posso raccontarvi l’impressione iniziale che ho avuto osservando queste scarpe da vicino: risultano immediatamente robuste e forti, ma al tempo stesso leggere. Infatti, le scarpe pesano solo 252 g, rispetto allo standard possiamo definirlo molto basso per questo numero, cosa li rende in scarpe di più leggero che possiamo trovare sul mercato. Testando la flessibilità con le mani ho potuto scoprire scoprire e testare una scarpa flessibile e confortevole che seguirà perfettamente i movimenti del piede anche dopo innumerevoli chilometri.

Quest’ultima potesi andrà ulteriormente verificata.

La forma che queste scarpe presentano è classica del mondo Natural Running, e prevede una pianta larga nella parte anteriore della scarpa, dando la possibilità al piede ed alle dita di seguire il naturale movimento soprattutto durante la fase di atterraggio, quando il piede si ‘spalma’ su tutta la sua superficie per distribuire i movimenti ed il peso corporeo.

Già dai primi passi e dalle prime corse posso godere con stupore del comfort che si nota nella zona metatarsale. Penso che sia fondamentale, però, vedere quanto mantengano queste prestazioni dopo decine di chilometri e su terreni sconnessi e tecnici.

Intersuola

L’intersuola delle Topo Athletic MT2 presenta un’altezza di 23 mm nella zona del tallone e 20 mm nell’area dell’avanpiede, rendendo il differenziale di soli 3 mm, una differenza che si avvicina molto alla filosofia minimalista con il tentativo di ottenere un’impronta naturale.

Ricordo che tale differenziale influenza necessariamente la tecnica di corsa portando il runner ad impegnare maggiormente l’avanpiede piuttosto che il tallone e che invita ad una postura in corsa più eretta ed un passo più efficiente.

La parte superiore è costruita con un tessuto abbastanza sottile, ha una certa elasticità ed è molto traspirante. Le protezioni della punta oltre a proteggerci da colpi accidentali con pietre, rocce e sporgenze che possiamo trovare lungo il tracciato, danno forma al tessuto della parte superiore insieme a sezioni termoindurenti che troviamo in diversi punti della scarpa. La funzione di questi termoindurenti è quella di fornire una migliore presa e solidità e allo stesso tempo proteggere i nostri piedi.

Chiusura e Parte superiore

La chiusura presenta qualche difficoltà a trovare la pressione ‘perfetta’, ma una volta trovata, potrete essere certi del loro mantenimento anche dopo notevoli chilometri sui terreni più accidentati.

L’area del tallone ha una struttura semirigida che esercita un sostegno significativo e adeguato in tutta la zona aumentando la presa e fornendo un sicuro appoggio nelle discese più esigenti.

La linguetta è cucita sui lati per impedire che piccole pietre o pezzi di cespugli entrino mentre corriamo. Posso confermarlo in quanto durante tutte le uscite non ho mai avuto problemi di questo genere. Potrebbe essere utile migliorare il sistema di bloccaggio delle stringhe, in quanto quello esistente (un anello che si trova a metà linguetta) risulta stretto scomodo, anche se abbastanza efficiente.

Come abbiamo già detto, Topo Athletic sposa una filosofia minimalista nello sviluppo della sua calzatura, quindi non troviamo alcun sistema di pronazione, controllo di stabilità o sistema di protezione del piede applicato alle MT2. Sono certo che non ve ne sia bisogno, perché diminuirebbe la buona adattabilità al terreno ed aumenterebbe notevolmente il peso. In questo modo il contatto è più diretto, migliora il modo di eseguire la tecnica e ci dà più fiducia nel calcolare dove stiamo andando a passo poiché scegliamo il miglior punto di sostegno.

Finiture

Le finiture della Topo Athletic MT2 sono di alta qualità. Tutti i termosaldati sono perfettamente aderenti al tessuto e difficilmente si trovano cuciture che possono causare fastidiosi sfregamenti.

Le protezioni delle dita hanno la necessaria rigidità che ci protegge le punte delle dita: più volte ho avuto un incontro ravvicinato con pietre piuttosto grosse durante le discese a tutta velocità su sentieri tecnici. Le protezioni del tallone sono più che sufficienti e la sua struttura semi rigida protegge dagli impatti e fornisce un buon supporto.

Le MT2 sono costruite con un tessuto molto traspirante che consentono di essere utilizzate anche in giornate molto calde evitando la sudorazione eccessiva.

Le scarpe non presentano nessuna protezione rispetto all’impermeabilizzazione, quindi, le MT2 lasciano che l’acqua entri facilmente su terreni bagnati o durante le giornate di pioggia. La termoregolazione del piede, però permetterà al piede di non soffrire particolarmente il freddo.

 

Suola

La suola delle MT2 funziona bene. Il disegno è pensato con grande ingegnosità: i tacchetti della zona anteriore sono abbastanza prominenti e sono disposti in modo da favorire l’avanzamento. Sul tallone, invece, troviamo un disegno che può essere utile in discesa, gestendo il rallentamento e una buona tenuta.

Una suola, quindi, che permette un grip multidirezionale su diverse tipologie di terreno. Ma la progettazione della suola delle MT2 permette una buona flessione grazie alle linee trasversali in tutta l’area frontale. Questo permette che la flessione avvenga facilmente, senza forzare troppo. Troviamo anche linee longitudinali che favoriscono l’adattabilità al terreno in modo da non perdere trazione o presa. Un disegno che, su sentieri bagnati e tecnici hanno funzionato alla grande.
Su terreni che presentano sporcizia, erba e fango, la trazione e la presa sono stati molto buoni. In condizioni di pioggia, il fango tende ad accumularsi sotto la suola, ma la dispersione è relativamente rapida, permettendo di non accentuare troppo l’accumulo mantenendo leggerezza e una corsa confortevole.

Durata

Ho corso poco più di 200 km con le MT2, su strada o sentiero, terreno tecnico o pavimentato. Praticamente in tutte le condizioni possibili hanno saputo mantenere un buon confort e precisione.

L’usura della suola sembra buona. E’ chiaro che tale parametro è molto soggettivo: dipende dalla tecnica, dalla leggerezza della corsa e dalla tipologia dei terreni, ma, riparametrato alle scarpe che ho indossato negli ultimi 4 anni, posso dire che è nella media.

Se ti attira il mondo della corsa naturale, del minimalismo o semplicemente vuoi approfondire la tecnica di corsa, dovrai prestare particolare attenzione al Topo Athletic MT2.
Perché?
Perché possono essere una risposta alle tue esigenze.
semplici, robuste, leggere e ottime per godere di una corsa più naturale.

La sua forma larga facilita un atterraggio più naturale, i suoi bassi profili e il differenziale di soli 3 mm permettono un contatto più diretto con il suolo e il nostro passo adotta una posizione più naturale ed efficace. E’ necessario accompagnare con una buona tecnica e un lavoro funzionale.

 

pro:

– molto leggero;

– ampia scoperta che consente la libertà di movimento;

– buon sostegno;

– buona traspirazione;

– buona presa a secco;

– buona flessibilità.

 

Contro:

– non è semplice trovare la giusta regolazione delle stringhe;

– voglio/devo ancora trovarne altri.

 

Maurizio S.

 

Se hai domande..

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Stiamo correndo per Voi

STOP, quando ti fermi ti stai allenando.

STOP, quando ti fermi ti stai allenando, sembra una presa in giro, ma non è così.

Relax, forzato o voluto: tanti Benefici. Clicca sull’immagine per scoprire un altro caso di STOP

Stiamo parlando di un Stop che sopraggiunge alla fine di un lungo periodo di allenamento. E’ così utile inserire un periodo di recupero? quanto ci influenza questo periodo? qual’è il periodo migliore e quanto deve essere lungo?

Una scelta che dovrebbe essere pensata, programmata e studiata, ma talvolta è forzata. Indipendentemente dalla forza interna o esterna che governa questa pausa, proviamo a scavare e rispondere alla domande poste.

E’ così utile inserire un periodo di recupero?

“SI”, è vivamente consigliato, ma potrebbe essere utile capire cosa succede.

E’ importante, ai fini dell’analisi, definire il tipo di di allenamento in questione.

Stiamo parlando di un allenamento particolarmente lungo, in cui il nostro organismo si modifica e, si spera, si evolve: diventiamo più resistenti e più, ma anche più determinati e resilienti. Uno di questi casi è la stagione sportiva.
Questo cambiamento, però, è solo una delle due facce della medaglia. Infatti, ad un allenamento lungo  consegue anche, inevitabilmente, una serie di particolarità non proprio positive per il nostro corpo e la nostra mente.

Difficilmente consideriamo che mantenere e seguire le regole che l’allenamento impone, gli orari decisi e precisi dedicati all’allenamento, il tempo e la qualità dedicata al cibo e al sonno, fa si che la nostra testa lavori incessantemente e alla fine di una stagione intera ha tutto il diritto di raggiungere quello che potremmo definire un affaticamento psicologico.

Abbiamo, inoltre, in seguito al dispendioso consumo di energie un abbassamento delle scorte di Ferro, Magnesio, ma anche di Glucosio e Glicogeno, soprattutto se ci stiamo allenando per le discipline di endurance.

Eccoci qui, scritto tutto questo, pur non entrando nello specifico è abbastanza evidente che uno stop sia più che meritato, se non necessario per poter riprendere a pieno regime la stagione con nuovi obiettivi più o meno ambiziosi.

La conquista della P.ta Almana

Quanto ci influenza questo periodo?

Provando a rispondere alla seconda domanda mi viene subito da pensare, osservando l’esperienza dei miei atleti che, come tante altre caratteristiche, il riposo venga considerato con criteri molto personali. se però cerchiamo di definire e dare un significato comune di STOP, che si intende proprio “FERMATI E NON TI MUOVERE”, posso osservare come tale periodo sia vissuto come momento gratificante ed atteso in quegli atleti di un certo livello che, stimolati dagli obiettivi e dai piazzamenti raggiunti, mentre è vissuto come periodo i cui avverrà un calo drastico delle prestazioni e che, quindi viene vissuto con ansia.
Non è così anzi, è l’esatto contrario.

Qual’è il periodo migliore e quanto deve essere lungo?

Se pensiamo alla stagione intera in cui abbiamo sforzato per raggiungere determinati obiettivi, abbiamo preparato con assiduità una competizione in cui il nostro sforzo è stato significativo potremmo ipotizzare che possa essere considerato un tempo tra gli 8 e i 20 giorni ed è, come già detto nell’articolo, il momento di transizione tra una stagione e l’altra, o tra un macro obiettivo e l’altro.

E’ un momento allenante e vale la pena sfruttarla per far si che sia fruttuosa. dedicarsi a sé stessi, sia fisicamente che mentalmente, rilassarsi, scaricare la tensione muscolare e mentale attraverso esercizi o momenti di relax.

 

Buon riposo, quindi..

 

.. anzi buon allenamento, indipendentemente dallo sforzo!

 

Maurizio S.

Correre è semplice, ma non è solo una banale corsa.

Correre è semplice, ma non è solo una banale corsa.

Correre è semplice, ma…

Correre è lo spazio aperto
dove vanno a giocare i pensieri.
-Mark Rowlands-

 

Correre è semplice, ma non sempre il movimento si manifesta solo con una semplice e banale corsa: cosa facciamo, quindi, mentre corriamo? per quale motivo corriamo?

Sono fermamente convinto che, se corriamo, lo stiamo facendo per fuggire da qualcosa o qualcuno, per inseguire qualcosa o qualcuno, e finalmente dopo un po’ di tempo corriamo in perfetto equilibrio. Lo facciamo per NOI Stessi. La corsa è, spesso, una ricerca di equilibrio e l’equilibrio è movimento.

Quando mettiamo in moto questo splendido gesto atletico, lo possiamo fare a quattro livelli:

  1. Possiamo correre ascoltando la musica.

    Una corsa rilassante che non ci fa pensare a nulla. Svuotando la mente a tal punto da non sentire fatica e tensione. Può essere una lunga corsa lenta rilassante o una corsa esplosiva. La prima con musica movimentata, e correndo per un’oretta abbondante, la seconda (che io preferisco) con musica rock e bpm al massimo. Dopo un leggero riscaldamento, 5km a fuoco per 18’ – 21’. Seguono, ovviamente, 5’ di defaticamento. In questi casi, si rientra a casa più leggeri, quasi svuotati metaforicamente dai problemi. Non li abbiamo risolti, ma, forse, siamo riusciti a distanziare le preoccupazioni che ci attanagliavano. Questo ci permettere di affrontare il problema con più distensione e senso critico. È una corsa che va fatta su un terreno liscio e consistente per riuscire a percepire dove mettere i piedi dopo uno sguardo veloce e fulmineo.

 

  1. Possiamo scegliere di correre ascoltando il nostro corpo.

    Ascoltando soprattutto la parte fisica: come si comportano le gambe, che sensazioni mi rimanda il cuore. È una corsa che ci aiuta a riscoprire il nostro corpo in tutte le sue parti, ci aiuta a comprenderne il comportamento quando chiediamo loro uno sforzo significativo e continuo. Parlo di uno sforzo richiesto per percorrere una distanza come quella della mezza o, addirittura della maratona. Ascoltare il proprio corpo è necessario per monitorarlo e mantenerlo in un buon stato di salute. Percepire i segnali, riconoscerli e capire quando è il momento di affondare un allungo vincente o rallentare e proseguire in velocità da crociera.

 

  1. Possiamo correre stando attenti al tracciato.

    Scegliendo un percorso tecnico e impegnativo, tutte le nostre percezioni saranno concentrate per far sì che i nostri piedi siano posizionati correttamente. La propriocezione è al massimo. Anche quest’ultima va allenata e sfruttata. Ci permette di evitare posizionamenti infami che guasterebbero le nostre uscite con rovinose storte o addirittura cadute. È una corsa molto impegnativa dal punto di vista mentale, ma che, comunque, ci tiene lontano dalle noie e paranoie della nostra vita.

 

  1. Possiamo correre viaggiando.

    Non solo con le gambe e percorrendo chilometri e chilometri di strada, ma addentrandoci nei meandri più reconditi della nostra mente. Analizzando minuto per minuto ciò che ci è successo. Spulciando le difficoltà incontrate, i problemi da risolvere affrontandoli da un’altra prospettiva: la prospettiva della fatica che stiamo facendo e che, proprio perché abituati a fare fatica, ci spaventa meno ciò che dovremo affrontare. Spesso si rientra con una soluzione che può anche funzionare, o forse con la consapevolezza che talvolta è necessario convivere con alcune difficoltà.

 

E Tu, quando corri, come corri? Scappi, insegui o sfrutti la corsa per la ricerca continua di un equilibrio in movimento?

 

Maurizio S.

Stiamo correndo per Voi

Emozioni in Corsa…

Le “Emozioni in Corsa” si provano, ci prendono e, in questo caso, si raccontano.

Sui social vediamo un numero considerevole di post che riguardano la corsa, spesso raccontano la prestazione, talvolta riguardano il paesaggio e non raramente il protagonista racconta quanto ha vissuto, indipendentemente dal fatto che sia stata una campestre, una maratona o una skymarathon.
Indipendentemente dai casi citati sarà possibile scorgere sulla bacheca dei social di questi sportivi una domanda a cui segue una NON risposta che, secondo me, riassume il ‘credo’ di molti runner:


Perché Corri?

Perché NON Farlo?

Non c’è cosa più odiosa di rispondere ad una domanda con un’altra domanda. Effettivamente, se uno sta ponendo una domanda è perché, spesso, non riesce minimamente ad immaginarsi un’idea, o forse è talmente curioso di sapere il motivo che non si aspetta di certo una tale risposta.

E allora perché questa risposta?

Quando un Runner si trova a dover rispondere a tale domanda fa davvero fatica ad esternare ciò che si può provare durante una corsa, durante una gara o una sfida, che sia con sé stessi o con altri competitors. È altrettanto difficile spiegare il binomio benessere-fatica: per stare bene è necessario fare fatica. Punto. Succede spesso, però, che chi pone la fatidica domanda, non riconosce e non condivide questo concetto ed il runner che si trova davanti a lui lo percepisce e ne rimane, forse, spiazzato.

Il concetto “dopo aver corso un’oretta alle sei di mattina la mia giornata lavorativa è migliore” viene proprio denigrata dai NON-Runner, figuriamoci se andiamo a dirgli che ci alziamo anche alle 4 per un allenamento speciale.

E se andassimo un po’ più in profondità?

Emozioni.. Emozioni in Corsa..

Cosa vorrà dire? Come trasmetterle? come farle comprendere?
tempo fa ho scritto un articolo, “Emozioni, tu chiamale se vuoi Emozioni”, in cui provavo a descrivere il viaggio. Non è una canzone, sono molto stonato, e non mi permetterei mai di rovinare un capolavoro di Battisti.
Il Viaggio intrapreso in un fine settimana ricco di gare, è iniziato molto prima di quei due giorni e mi ha accompagnato fin dopo. La corsa ti resta dentro. che sia lunga, corta e veloce o biblica.
Emozioni, nel bene e nel male, perché a volte si ritorna incazzati come bisce perchè qualcosa va storto, forse la testa, forse le gambe e talvolta il Cuore.

Fatto sta, che dopo aver pubblicato questo articolo, con questo titolo ho trovato altri 6 post che riportavano lo stesso titolo e raccontavano quanto provato.

Qui mi trovavo con uno sloveno che poco prima mi ha scattato la foto. Esempio semplice e bello di condivisione di “Emozioni in Corsa”

E allora “Perché NON Farlo”, non è più una presa in giro, una NON Risposta, ma semplicemente la difficoltà a concentrare in pochi secondi qualcosa di grande, qualcosa di profondo, qualcosa che è immensamente bello provare, ma immensamente difficile da raccontare in pochi secondi..

Se avete pazienza, però, provate a farvelo raccontare durante una corsetta.

Maurizio S.