Garmin Fenix 5 VS Suunto 9 Baro

Garmin Fenix 5 VS Suunto 9 Baro

Fenix 5 e Suunto 9 Baro non sono propriamente sullo stesso livello, sia dal punto di vista del prezzo che delle performance e del livello, almeno dal punto di vista del periodo di lancio, il Suunto, infatti viene perlopiù paragonato al 5 Plus o addirittura al 6.

Perché questo paragone

Semplice! avevo abbandonato il Fenix 5 per il Suunto 9 per alcune caratteristiche fondamentali, anzi UNA.

Nel gennaio 2020 avrei dovuto affrontare l’IPERTRAIL della Bora, una gara meravigliosa organizzata dall’associazione S1 Trail della Bora, “capitanata” da Tommaso.

Questa gara è un meraviglioso viaggio da correre senza aver la possibilità di seguire le balise o altri segnavia, ma è necessario proseguire attraverso una traccia GPS, senza assistenza e totalmente in solitaria.

Batteria lunga durata

Proprio per le caratteristiche della gara avevo bisogno di uno strumento che mi consentisse di avere una batteria che potesse garantirmi parecchie ore di attività.

Da questo punto di vista, diciamolo pure serenamente: il Garmin Fenix 5 non vanta una grande capacità, non penso sia un segreto, anzi lo confermo tranquillamente. Il Suunto, invece, ha dalla sua una batteria decisamente più performante. Mi verrebbe da definirlo un Trattorino Lamborghini che non si ferma davanti a nulla.

La navigazione richiede parecchia energia, anche perché, mentre navigo e seguo la traccia GPS, registro anche l’attività, quindi figuriamoci quanta energia richiede tale attività.

 

Una Storia Vera

Per una prova tecnica, ho provato anche a metterli a confronto durante un medio-lungo allenamento. Ho simpaticamente corso con un orologio su un polso, e l’altro modello nell’altro. Sembravo un po’ pirla, ma per la scienza, questo ed altro.

In compagnia dell’atleta e amico Gancarlo, abbiamo raggiunto il Rifugio Valtrompia per un lauto pausto passando per santa Maria, Almana, Guglielmo e, finalmente, Rifugio. Dopo il pranzo, nuovamente a correre verso Pezzoro e poi Pontogna per continuare verso Magno, Inzino e nuovamente a Gardone VT.

Un Bel viaggetto, con due orologi che hanno rilevato pressochè le stesse prestazioni, le stesse andature, lo stesso dislivello MA la batteria ha presentato caratteristiche differenti.

Due conclusioni

67% contro 46%

Non credo serva dichiarare quale dei due orologi abbia ottenuto tali cifre,

ci arrivate da soli?

Per essere più precisi, non vi nascondo che dopo tale allenamento non avevo dubbi. Suunto. Non ci sono storie. mi verrebbo anche da scrivere affermazioni più colorite, ma mi contengo…

 

Batteria VS Dati

Perchè un passo indietro? Si, perchè dopo aver lasciato il Garmin, a distanza di un anno circa, sono andato a riprenderlo. Come ho detto a qualche cliente e anche qualche amica, il Garmin è per fighetti incapaci, un po’ come Apple. Infatti io ho un MAC, un Iphone e da oggi, nuovamente un GARMIN. Mi vien da ridere, ma sta cosa non mi sconquinfera, anzi.

Perchè, per quanto pensi davvero che un Garmin sia uno strumento che possa essere usato da chiunque, lo ritengo uno strumento che rileva e restituisce una marea di dati. Talvolta troppi se non si è in grado di sfruttarli, ma da qualche anno a questa parte, quest’ultimo problema non mi compete.

Non solo dati ma anche allenamento

Ciò che mi ha fatto tornare a GARMIN è la “banalissima” caratteristica che con il GARMIN riesco ad impostare miriadi di allenamenti con diversi obiettivi e modalità e lui mi dice cosa devo fare e quando farlo. A me tocca solo farlo, e farlo BENE.
Con il Suunto, invece, con i nuovi modelli questa particolarità non è possibile, o per lo meno non mi è stato possibile farlo con la stessa facilità.

Dal punto di vista della navigazione, invece, in entrambi i casi ci sono strategie molto semplici e veloci che permettono di caricare sull’orologio la traccia: Suunto è leggermente più veloce, dal punto di vista delle operazioni. Questo se avete un iPhone, altrimenti non lo so.

 

L’ultima decisione…

…spetta a me, come a voi.

Io son tornato a Garmin, un passo indietro, se vogliamo, ma in questo momento non posso ancora guardare al fenix 6, solo perchè voglio il SOLAR, ma per ora, il Fenix 5 risponde pienamente alle mie esigenze e considerando il progetto #inviaggioversoisogni , direi che è ancora tanta roba.

 

Maurizio S.
Testa, Cuore, Pancia e Gambe

Testa, Cuore, Pancia e Gambe

Nella mia attività professionale di Pedagogista, che sia rivolta a sportivi che vogliono migliorare le loro prestazioni o che sia rivolto a persone che vogliono intraprendere un viaggio verso il benessere, cerco di trasmettere che solo mettendo in equilibrio queste quattro “entità” si può raggiungere, quello che descrivo con una semplicissima parola, il benessere completo.

L’equilibrio è movimento, quindi non aspettatevi di restare fermi ad aspettare che esso vi raggiunga. Dovete essere voi ad andargli, o corrergli, incontro.
I quattro elementi

Pensando agli elementi comuni a tutte le cosmogonie, ovvero Terra, Fuoco, Acqua e Aria, potremmo inizialmente indicarli in questo ordine. Grazie all’atleta Matteo Firmo, che si sta allenando con me.

Già perché la terra è concreta, pragmatica, quasi razionale, appunto. 

 

Il cuore invece si infiamma, arde e brucia come il Fuoco.

 

 

La pancia è travolgente: l’istinto primordiale è come l’acqua che non si ferma davanti a nulla devastando ciò che incontra;
ed infine le gambe, che sono sinonimo del corpo, sono l’aria, un corpo che è dentro l’aria in tutto e per tutto.
Ma cosa vogliono dire questi elementi e soprattutto perché il benessere si raggiunge quando si è raggiunto il loro equilibrio?

Perché per quanto sia vero che scendere a compromessi spesso non ci rende felici, è pur vero che non posso dimenticarmi di prendere in considerazione, di condividere di comprendere la scelta che ciascun elemento farebbe.

Ciascuno di noi ha una predilezione verso l’uno o l’altra e ciò non si può negare, e nemmeno rinnegare ma il problema sta se ‘nascondiamo’ o ‘non ascoltiamo’ ciò che una parte di noi vorrebbe o cerca di dirci condizionando le nostre scelte.

Comfort Zone

Il processo è lento, a volte doloroso ma si sa, se non si esce dalla comfort zone non produrremo mai un miglioramento e uscire dal porto sicuro ci permette di scoprire nuovi orizzonti. Basta saper dove andare o essere guidati (per un breve periodo).

Intanto i chilometri passano e il dislivello pure.

Intanto i chilometri passano e il dislivello pure.

Matteo cambia opinione e proviamo a capire il perché: Aria, fuoco, terra e acqua è il nuovo ordine assegnato.

La testa può viaggiare, è quella che ci porta lontano, è quella che è in grado di spingerci oltre nonostante tutto.

Il cuore resta invariato, ma su questo credo sia facile essere concordi.

Cambia però la definizione della pancia e delle gambe, assegnando la terra e l’acqua.

Beh se dovessimo appellarci a Mauro Corona, probabilmente ci confermerebbe che la terra è un elemento difficile da conoscere veramente nel suo profondo. Famosa la sua definizione piuttosto negativa nei confronti degli psicologi e dei geologi.

Ed infine le gambe che diventano acqua, forse condizionati dai chilometri, ma Matteo ha dato una sua spiegazione.

Qual è quella reale?

Non penso che vi sia un paragone unico e Vero e credo che qualsiasi elemento possa assumenre diverse caratteristiche o meglio possiamo mettere in risalto alcune caratteristiche di ciascun elemento.

Io rimango legato alla prima definizione.

D’altronde si sa, i chilometri stancano e segnano e nel bene e nel male condizionano la nostra percezione, talvolta la approfondisce.

Ed è proprio per quest’ultimo passaggio che ho scelto di usare il bosco come ufficio. L’andatura della camminata, soprattutto in salita permette forzatamente alla persona di soffermarsi, per riprendere fiato, prima di parlare ed in quell’istante è costretto a riflettere. Il bosco permette al cervello di ‘distendersi’ di rallentare.

E se questi due elementi non sono sufficienti o non vi convincono, venite a provare …

 

Maurizio Seneci
Abbiamo bisogno di favole

Abbiamo bisogno di favole

Andrà tutto bene..

Questo è quello che ci si è augurati in queste settimane, settimane di dolore. È un chiaro augurio, una frase di conforto, ma che nasconde un’immensa paura che ha l’uomo di oggi. 

C’è chi si è nascosto dietro a dei numeri, dei calcoli inumani per cercare di dare un altro volto a ciò che stava succedendo. La necessità di raccontarsi che, la situazione, non è così catastrofica come si voleva trasmettere.

Chi si è detto che andrà tutto bene, quasi a prescindere perché, di fatto, i più forti ce la fanno.

No, non andrà tutto bene.

Forse l’uomo ha bisogno di sentirsi sicuro, ha bisogno di allontanare ciò che non conosce e che, quindi, lo spaventa. Ha bisogno di allontanare ciò che più teme: la fine della vita.

Ma in questo periodo “NON andrà tutto bene” perché qualcuno muore anche se tutti i giorni muore qualcuno e quel qualcuno può avere pochi mesi o essere ultracentenario.

NON andrà tutto bene perché si è visto collassare un sistema. NON andrà tutto bene perché non si è potuto accompagnare nell’ultimo viaggio chi ci ha lasciato e quel viaggio serve più a chi resta. Non raccontiamocela. NON andrà tutto bene perché ha scatenato e risvegliato la continua necessità, di molti umani, di dimostrare di essere meglio degli altri.

Andrà come deve andare e sta a noi fare in modo che ANDRÀ MEGLIO

C’è solo un modo per far sì che ciò accada.

Dovremo ritornare ad esser capaci di vivere, bene, nell’incertezza. L’uomo ha le potenzialità per farlo ma per riuscirci deve accettarne la situazione, la condizione.

Non serve fingere che andrà tutto bene, perché non abbiamo bisogno di favole, non ci aiuta raccontare una favola senza tristezza, ma è fondamentale diffondere una favola nella quale si sappia raccontare di come l’uomo sia stato in grado di prendere per mano le proprie paure, i propri dolori e sia andato avanti facendo del proprio meglio.

Maurizio S.

Sono Felice… cit.

Sono Felice… cit.

È assurdo ma sono super concentrato sul lavoro, disegno tantissimo e tutti i giorni, sento regolarmente i clienti e sto pensando “concretamente” come aumentare le vendite online. La preoccupazione per il futuro è tanta, I clienti sono impauriti, non stanno pagando e hanno annullato degli ordini (giustamente) ma sono positivo, al punto che per quello che sto sviluppando avrei bisogno di stare a casa fino a maggio e non il “teorico” 13 aprile. Mi alleno tutti i giorni, faccio giardinaggio e sto con la mia famiglia. Sono felice e le mie donne sono serene. Le ragazze fanno scuola tutti i giorni e interagiscono con gli amici in chat. Io e mia moglie tutte le sere ci prepariamo un bell’aperitivo e… Viva la vita. Certo! Ci sono meno momenti intimi[1] perché le ragazze non vanno mai a dormire ma si aggira l’ostacolo prolungando la doccia.  Sono felice! ?

[1] l’originale era un po’ più colorito

C.R.

È da questo bellissimo messaggio che mi rendo conto di avere tra gli amici persone resilienti e questo mi rende felice. Sì, perché spesso si confonde la resistenza con la resilienza, il dover fare ad ogni costo ciò che si pensa sia giusto secondo gli obiettivi iniziali.

 

Obiettivi iniziali 

Quando si individuano degli obiettivi è necessario mettere in campo tutte le proprie forze per raggiungerli. Già, ma fino a che punto?

Sono gli obiettivi che ci portano lontano, ma è necessario essere in grado di rivalutarli in base alla situazione, a ciò che ci accade personalmente e a ciò che accade attorno.

Gli eventi e le circostanze impongono di ricalibrare costantemente gli obiettivi.

Può essere un infortunio o, più semplicemente, un impegno famigliare o un’emergenza. Ed è proprio la situazione mutevole che permette a chi ha allenato la resilienza, a chi ha sviluppato la capacità di reagire, di sfruttare la situazione e non di esserne travolto.

Resilienza deriva dalla parola RESALIO.

“Resilienza: L’arte di risalire sulla barca rovesciata. Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra e senza perdere mai la speranza continuano a lottare contro le avversità.” (cit. Pietro Trabucchi)

Allenamento e resilienza 

Certo non è facile. Reclusi tra quattro mura, chi è più fortunato ha un giardino o un lungo corridoio risulta difficile pensare e riprogrammare una nuova tipologia di allenamento.

Ristrutturare nella propria mente un nuovo allenamento non è semplice, soprattutto per chi è abituato a scorrazzare tra i sentieri delle amate montagne ma anche lungo gli argini dei fiumi o tra le mura della propria città. Ma la corsa non è solo corsa. 

Mi fa piacere leggere sui blog di alcuni runner che stimo, come ad esempio Stefano Ruzza, che, di fronte alla situazione, non hanno cominciato a lagnarsi o inveire contro la situazione stessa ma a costruire valide e solide alternative. 

Corsa non è solo corsa

Ho spesso detto che chi inizia a correre, spesso, lo fa perché sta scappando o inseguendo qualcosa/qualcuno e solo facendo i conti con questa realtà.

In questo periodo, quindi è forse utile dedicare più tempo a “tutto il resto” che può essere l’allenamento funzionale, lo sviluppo di esercizi che possano migliorare la nostra performance e soprattutto tutto quello che rende piacevole la nostra esistenza: famiglia, affetti, hobbies e…

…sano divertimento.

Maurizio S.

Corsa, Allenamento e Frustrazione

Corsa, Allenamento e Frustrazione

Testa, Cuore, Pancia e Gambe

Quando cerco di spiegare che per raggiungere il benessere bisogna riuscire a bilanciare queste quattro sfere, esprimo il cuore del mio Metodo di Lavoro.

In questi giorni il nostro pianeta è stato “invaso” da un virus che si diffonde ad una velocità che metterebbe in difficioltà anche Kipchoge e risulta necessario mettere in atto molte precauzioni.

Ritengo che si stia facendo tanto per contrastare questo virus, soprattutto in campo sanitario, ma penso anche che si possa fare uno sforzo ulteriore.

Correre Si, Correre No

Dal mio punto di vista ho sconsigliato vivamente ai miei atleti di fare attività fisica esterna.

Sui social si possono osservare le varie discussioni tra chi sostiene che, in questo momento, NON E’ NECESSARIO uscire a fare attività fisica e chi, invece, sostiene che E’ UNA BUONA PRATICA per stare meglio e quindi combattere il virus.

Di fatto la Normativa, fino a venerdì scorso, prevedeva la possibilità di svolgere attività fisica rispettando alcune condizioni ma allo stesso tempo invitava le persone ad uscire e muoversi solo per comprovata necessità.

Quindi?

Credo sia importante fare un approfondimento. Per quanto sia vero che la normativa permetta di svolgere attività fisica, ritengo importante riconoscere che “correre è una situazione a rischio”.

Vero è che si può far male anche in casa (e l’esperienza personale insegna, fidatevi), ma non arrampichiamoci sui vetri e riconosciamolo.

Vale la pena protrarre delle situazioni a rischio?

Risponderei a questi interrogativi rigirando la domanda:

non si riesce proprio a fermare la propria attività fisica per 10 o 20 giorni?

Eccoci al senso del titolo.

Corsa, allenamento e frustrazione. Cos’è la frustrazione?

E’ il mancato appagamento o soddisfacimento e in psicologia è uno stato psichico di profonda depressione o di sconfitta, che insorge di fronte a difficoltà sentite come insormontabili.

E’ piuttosto noto che è nella frustrazione che si cresce, si evolve, ma ciò avviene solo quando si riesce a gestirla.

L’aragosta può insegnarcelo, leggi l’articolo QUI.

Con Jennifer Isella si è arrivati a parlare anche di dipendenza ma penso sia ‘semplicemente’ incapacità di gestire la frustrazione. E ciò mi sorprende molto.

 

Cosa allenate quando correte?

Ritengo che la corsa, nello specifico la corsa in montagna e in natura, siano un ottimo strumento per allenare la testa. Fatica, ostacoli e determinazione sono costantemente messi in campo. Tabelle, intemperie e STOP dovrebbero essere all’ordine del giorno. E allora perchè questa difficoltà?

Vediamo quali potrebbero essere i motivi di questa difficoltà.

In un post mi sono anche chiesto quale è l’obiettivo degli allenamenti svolti:

allenare solo le gambe o anche la testa?

Evidentemente è un grosso ostacolo da superare.

Evidentemente è un traguardo ancora da raggiungere.

Uno sforzo dettato da un atto di prudenza eccessiva per diminuire le situazioni di rischio.

Eccessiva prudenza. Lo riconosco ma è uno sforzo così alto? Dal mio punto di vista è un piccolo sforzo per un grande motivo. La collettività. Il mondo del Trail è fondato sulla coesione e sulla condivisione, tuttavia in questa situazione questi valori sono venuti un po’ meno.

Tutto questo può essere allenante?

SI. perchè oggi è il CORONAVIRUS, domani è uno strappo e dopodomani potrebbe essere uno stiramento. Se davvero non riuscite a rinunciare per un breve periodo ad un po’ di attività fisica, potrebbe essere utile lavorare e quindi allenarsi per migliorare il proprio approccio all’attività e le proprie prestazioni.  Forse quell’equilibrio di cui si parlava sopra è un traguardo ancora da raggiungere.

Saper ristrutturare gli allenamenti, fare dell’attività alternativa può essere molto utile. Certo non altrettanto bella, ma sicuramente funzionale.

A voi la scelta, quella di seguire alla lettera una normativa (che molto spesso denigrate) oppure fare uno sforzo in più, per il vostro allenamento e per gli altri.

Maurizio S.

MTN Racer, Anima Infernale

MTN Racer, Anima Infernale

MTN Racer, una Ferrari che sa essere un Pandino 4×4.

Una definizione che potrebbe svelare nell’immediato le caratteristiche di questa scarpa che è in grado di adattarsi alle vostre esigenze. Discorrendo con un amico spiegavo come queste scarpe riescono a gestire serenamente un’andatura medio lenta, ma danno il meglio di sé se portate al limite. Testate sui terreni tecnici del San Fermo Trail hanno saputo gestire una discesa a cannone e laddove la tecnica di corsa non arrivava (grazie alla stanchezza) ci pensavano loro a restare incollate al terreno.

Su quest’ultima frase ci torneremo in un prossimo articolo, che sarà raggiungibile a breve QUI.

Proviamo ad approfondire ciò che ho scritto.

Caratteristiche Tecniche

La nuovissima Mountain Racer ha un’altezza di 30×25 mm. Otteniamo, quindi, un drop di 5mm che risulta essere uno dei più alti per la casa TopoAthletic. Il plantare Ortholite antimicrobico da 5 mm resistente alla compressione aumenta il comfort della scarpa.

Altezza da terra: 30 mm

Differenziale tacco / punta: 5 mm

Peso: 264 g

Ammortizzazione: alta

Supporto: Piuttosto stabile

Pieghevolezza: abbastanza rigida

Suola

Il design esclusivo della suola Vibram MegaGrip garantisce una trazione ottimale su qualsiasi superficie. Se già la mescola garantisce un’ottima tenuta, il disegno con ampi spazi tra i “tasselli” permette di aggrapparsi a qualsiasi tipo di terreno.

Sperimentata, oltre che al San Fermo Trail, in altre situazioni in cui il terreno presentava rocce bagnate. Serenità e precisione hanno accompagnato ogni mio passo. Con queste scarpe potete scegliere: godervi il panorama a ritmi blandi e non vi deluderanno, oppure scatenare la loro anima infernale.

 In questo secondo caso non potrete deconcentrarvi, richiedono precisione e reattività, ma solo perché raggiungerete i vostri limiti senza metter mai la scarpa in fallo. Un po’ come una Ferrari in pista, lei sa fare il suo lavoro, ma voi dovete gestirla al meglio.

Intersuola

Con una densità leggermente maggiore rispetto a Ultraventure, l’intersuola in EVA iniettata in 3 pezzi è studiata per il trail racing e lo speed-hiking.

Questa struttura vi permette di affrontare anche ultra trail che, a mio avviso, possono arrivare fino a 80-100 km in base all’allenamento che i vostri adorati piedi hanno.

Io ho percorso i 90 km dell’Adamello Ultra Trail e solo nella discesa finale, su pietroni radici e terra cominciavo ad accusare leggeri fastidi alla pianta del piede.

Tomaia e Calzata

La tomaia in mesh rip-stop leggera con rivestimento stampato offre una vestibilità sicura; porte di drenaggio mediale e laterale garantiscono il rilascio dell’acqua e la rapida asciugatura.

Anche qui la protezione è elevata ed i vostri piedi non accuseranno scontri con piccoli sassi e radici. Se poi avete la necessità di fare un bel guado, beh, la rapidità non è quella delle Terraventure2, ma non è fastidioso avere il piede bagnato all’interno di questa scarpa.

L’avampiede è comodo come qualsiasi altro modello Topo e, mi piace ricordarlo, vi costringe a modificare il vostro atterraggio e ad aumentare la consapevolezza del terreno che state calpestando.

Pregi e Difetti

Ho detto che è una scarpa da corsa, ma sa anche accompagnarvi nella più blanda passeggiata.

Ammetto, però che, se non tirate fuori l’anima infernale, ne godrete solo a metà.

 

Maurizio S.

Terraventure 2

Terraventure 2

Finalmente l’occhio

                             ha ottenuto la sua parte.

Se avete provato il modello precedente avrete avuto una piacevole percezione di come mordesse il terreno e di come poteva macinare innumerevoli chilometri cullando il vostro piede. Ma, onestamente, l’occhio non risultava appagato. Si sa, per quanto siamo uomini e donne che inneggiamo alla natura, quando scegliamo delle scarpe vogliamo che siano ‘anche’ belle.

E facciamo bene. immaginate la situazione in cui, dopo un lungo trail da qualche decina di chilometri nel fango e nella terra, arrivate al traguardo più sporchi di Peppa Pig dopo aver giocato nel fango e loro, queste meravigliose scarpe, troneggiano con i loro colori.

 Comodità, Reattività, Precisione e Grip.

La comodità è d’obbligo, ma non bisogna permettere che vengano meno reattività, precisione e soprattutto Grip.

Questo è quanto richiediamo ad un paio di scarpe da trail.

E mi pare sevdro ma giusto!

Il modello precedente presentava già questa caratteristica ma la sensazione  che restituiva poteva essere migliorata.

Così e stato: un’intersuola in EVA iniettata a due densità con un drop di 3mm rende questa scarpa agile su qualsiasi tipo di terreno, molto sensibile e aggiungendo un pizzico di stabilità.

Il vibram la rende una scarpa da fango, o da neve e va alla grande su un qualsiasi tipo di terreno asciutto, garantito!

La forma della gomma, la tacchettatura, le permette di mordere il terreno anche più viscido ed il vibram fa il resto, per quel che può lui.

Come sempre, quando c’è troppa neve o fango, i ramponcini la fanno da padrone.

La struttura dell’interno della scarpa e la nuova soletta introdotta da TopoAthletic fanno la differenza.

“Powered by Ortholite in high rebound foam” è quanto scritto sulla soletta di 5 mm e garantiscono un’ottima comodità.

Tomaia

La tomaia è protetta da alcuni layer sintetici pur risultano molto traspirante e drenante ed il rivestimento protettivo posto in punta è molto funzionale su terreni sassosi.

Sperimentate durante i 72 km con 4400mt di D+ de “le porte di pietra” senza calze in mezzo a fango e tempesta. Direi che non avere nemmeno un segnetto sui miei piedini da fata sono un ottimo riscontro.

Il contrafforte tallonare è molto flessibile pur presentando una piccola conchiglia che le fornisce un po’ di struttura.

La Corsa 

Il drop limitato la rende perfettamente idonea alla corsa naturale, ma di fatto concede la possibilità della rullata. Potrebbe, quindi, essere ideale se state affrontando una transizione ma anche se decidete di non continuare a correre con la vostra tecnica. 

 

Onestamente, quest’ultima non è una strada che consiglio, ma non per le scarpe, ma per ciò che la corsa naturale può concedervi.

L’intersuola

L’intersuola della Terraventure2 è molto reattiva e quindi adatta anche a terreni tecnici grazie ai due tipi di gomma che la costituiscono. Una placca anti intrusione, flessibile e robusta, protegge il vostro piede da un fondo troppo tortuoso ma permette anche un sostegno alla nostra spinta.

Le caratteristiche tecniche

PESO: 306 g (taglia 9 M) – 232 g (taglia 7 W)

DROP: 3 mm

ALTEZZA DA TERRA: 25 mm X 22 mm

PREZZO CONSIGLIATO: € 160

Pregi e Difetti

Pregi, ne ho descritti fin troppi ma come si sa, nessuno è perfetto ed ecco un difetto particolarmente significativo di questo modello.

La struttura della retina risulta molto fragile e. considerando che sono scarpe da Trail, non si usano di certo sul lungo mare e, sassi, rami, pietre e radici rischiano di ridurre le vostre Terraventure2 ad una groviera.

Onestamente non mi influenza più di tanto, ma non è sicuramente piacevole che durante la corsa entrino sabbia e sassolini che infastidiscono la vostra pianta del piede. La traspirazione che questa scarpa permette non vale la fragilità di questa tomaia. Sicuramente un punto debole da sistemare.

Nel frattempo continuo ad usarle e le vedremo all’opera durante la 24h del Monte Prealba Trail organizzata dal Bione Trail Team

Maurizio S.
RUNVENTURE 2

RUNVENTURE 2

Cosa abbiamo tra i piedi

Runventure2, fin dal primo momento che mi son trovato tra le mani, ops, tra i piedi, queste scarpe ho notato che potevano fare la differenza. La domanda che mi ponevo era: saprò/sapremo gestirle?

La struttura

La tomaia risulta poco strutturata, la leggerezza è impressionante e sicuramente salta all’occhio la parte in tessuto molto fine che si trova attorno al tallone. Quest’ultima, infatti, è priva di conchiglia e di collarino della caviglia: ricordate le Terraventure?.

La scarpa è molto minimal, ma non per questo risulta insufficiente nelle protezioni e nelle sensazioni.

Le scarpe ai piedi.

Beh, una volta messe si sente la differenza. leggerezza, assenza di drop, flessibilità da vendere e soprattutto paiono un paio di calze.

È proprio grazie a queste scarpe che ho deciso di provare le scarpe TopoAthletic senza calze, ma questo sarà un altro articolo.

Il drop0 deve subito mettere in guardia: non passate da un paio di scarpe con il tacco ad un drop0 seza una graduale transizione, ma se vorrete provarle anche solo per un giorno, godrete di meravigliose sensazioni.

La comodità della scarpa è garantita da un collarino interno che, pur leggero, offre una calzata fluida e comoda, l’aderenza del materiale è piacevole e quasi morbido, molto leggera e soprattutto permette un piede arieggiato. Questo, probabilmente, permetterà anche una maggior dispersione di acqua in caso di guadi. (non mi dite che non prendete in considerazione questo aspetto?!?)

La parte dell’avampiede è, come qualsiasi modello prodotto di TopoAthletic, largo e comodo, pur sostenendo il piede e contenendolo a sufficienza.

Corsa Naturale

Ciò che queste scarpe permettono è una corsa naturale, strettamente a contatto con il terreno sottostante, quasi una sensazione di essere a piedi nudi. Sottolineo “quasi”.

 

Tutto ciò che sta sotto il piede si percepisce.

Sassi, radici, avvallamenti e quanto altro, ma è una piacevole percezione, non un qualcosa che si subisce.

Affrontare una trai con le runventure2 non è per tutti. Lo stretto contatto con la natura e con quanto ci restituisce non si può scegliere da un giorno all’altro.

Scusate se lo ripeto, ma non vendo sogni.

Nonostante questo ‘limite’ perfettamente superabile da chiunque con un po’ di impegno, le runventure2 permettono una corsa agile e veloce, con una reattività che ho incontrato in pochi modelli.

Con un po’ di esperienza si impara anche a leggere tutte le informazioni che ci vengono restituite. Suggerisco spesso di ascoltare il proprio corpo, ma mi rendo conto che troppo spesso non sottolineo che, durante la corsa, i piedi hanno tanto da ‘raccontarci’.

Le runventure2 sono la versione trail delle St2.

Onestamente ritengo che con una buona tecnica di corsa si possano affrontare trail che possano raggiungere i 50 km.

Le caratteristiche tecniche

Pregi, ne ho descritti fin troppi, ma ho trovato un paio di difetti: altrimenti che ci sto a fare.

Onestamente, come su altri modelli, TopoAhletic potrebbe migliorare le stringhe. Ogni tanto si slacciano e mentre ti stai divertendo su una discesa tecnica è noioso doversi fermare per chiudere la scarpa. Anche solo una volta su 10!

Il secondo, è che pur garantendo un ottimo Grip, avere il Vibram sotto queste meravigliose scarpe le renderebbero PERFETTE!

Lo vedremo sul modello 3??

Gli schiacciatori non parlano dell’alzata la risolvono

Gli schiacciatori non parlano dell’alzata la risolvono

Partendo da questa affermazione di Julio Velasco*, che proprio oggi ricorre il giorno in cui festeggia 68 anni, si può ricercare, probabilmente, lo sforzo che ciascuno di noi è chiamato a fare per decidere di smettere di trovare colpevoli e ricercare soluzioni. Quindi, quello che coinvolge il concetto di Problem Solving e Resilienza.

Una Cascata inutile che non porta a nulla.

Di fatto un’alzata può essere fatta bene o male ma, in quel momento, stare a contestare o a criticare l’azione svolta sarebbe troppo vano. L’azione si svolge in un paio di secondi, quando se la prendono comoda. Con un lasso di tempo così limitato, sarebbe tremendamente inutile ragionare su quanto sta accadendo in quel preciso istante. Velasco descrive, sorridendo, cosa succede quando lo schiacciatore “si lamenta” dell’alzata fatta male: una serie di rimbalzi di colpe passano dall’alzatore, al ricevitore ed infine ‘all’avversario’. Una cascata inutile e che non porta a nulla.

È proprio in questo momento che, non per disinteresse o perché si pensa che non ci possa essere una soluzione, entra in gioco il problem solving rapidissimo. L’azione può andare bene o non andare a segno. Ma non è questo il punto. Il punto su cui ci si focalizza è l’obiettivo finale. In quel momento è importante trovare il modo migliore per schiacciare la palla. In seguito, in base all’esito dell’azione, lo schiacciatore comprende come schiacciare palle che fino a quel momento non è mai riuscito a schiacciare, oppure come può fare meglio nel caso sia andata comunque a segno.

Dove sta la resilienza?

Forse la risposta è troppo semplice o forse no. Di fatto sta proprio nel portare avanti l’azione. Nel risolvere, appunto, la schiacciata. Per lo meno provarci al meglio e, nonostante il fallimento non accanirsi con il compagno e demoralizzarsi, ma costruire un’azione più efficace.

Un obiettivo conune

L’obiettivo comune di fare un punto per raggiungere la vittoria promuove un problem solving rapido ed efficace. Ed è questo che deve spingere i giocatori ad ‘andare avanti’, a trovare soluzioni.

Cosa c’entra con la vita comune o la corsa?

Mi piace pensare che l’attività sportiva sia una metafora stimolante e significativa di quanto ci succede nella vita. Quotidianamente incontriamo un sacco di palleggiatori che ‘ciccano’ l’alzata, o meglio, non la svolgono come secondo noi sarebbe al meglio e noi dobbiamo fare una scelta: lamentarci con essi o risolvere il problema e ripartire, cercando di condividere con chi mi sta attorno come si potrebbe svolgere al meglio l’azione. In questo modo mi gioco subito una possibilità di raggiungere l’obiettivo, cosa che non si potrebbe raggiunge senza provare, comunque, a schiacciare la palla perché alzata male, o restando a lamentarsi della situazione.

Quindi a voi la scelta.

Nella Vita, fate come gli schiacciatori di Velasco oppure no?

 

Maurizio S.

*Julio Velasco (La Plata, 9 Febbraio 1952) è un allenatore di pallavolo e dirigente sportivo argentino, attuale direttore tecnico del settore giovanile della FIPAV

Che Lavoro Fai?

Che Lavoro Fai?

Che lavoro Fai?

“Ciao, che lavoro fai?”

“Ciao, sono un pedagogista”

“Che bello! Lavori con i bambini allora!?!”

“Ehm, si ecco. Anche.

Diciamo che i ‘bambini’ con cui lavoro hanno un’età compresa tra 0 e 105 anni”.

Questo è il solito teatrino che si presenta quando dico che sono un pedagogista. In particolare, un pedagogista sportivo.

Una figura probabilmente poco conosciuta, forse fraintesa e spesso scambiata con quella dello psicologo sportivo. Ma quindi, chi è il pedagogista sportivo? Cosa fa?

Per maggiore chiarezza, prima definiremo qual è il ruolo e quali sono le competenze del pedagogista, poi approfondiremo quali le competenze specifiche messe in atto in ambito sportivo.

Il Pedagogista è “il professionista che conosce la realtà educativa, la ricostruisce razionalmente, la pianifica a partire da diagnosi pedagogiche accurate dei bisogni e propone opzioni epistemologiche, metodologiche e tecniche idonee e tali da rendere possibili processi di autonomia tali da rendere possibili processi di autonomia ed una assunzione di decisioni individuali e collettive”[1].

Essere Pedagogisti presuppone una gestione autonoma del proprio sapere. Questo comporta una costante rielaborazione delle informazioni rispetto a situazioni nuove e un costante confronto con una realtà lavorativa che sollecita l’acquisizione di nuovi saperi.  Praticamente un continuo.

Sulla base di quanto detto, il pedagogista è lo specialista dei processi educativi e della formazione che svolge un’attività didattica, di sperimentazione e di ricerca nello specifico ambito professionale scelto per l’intervento.

E tutto questo come può essere applicato all’ambito sportivo?

[1] Definizione tratta da www.anpe.it Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani

L’intervento del pedagogista sportivo può essere rivolto a squadre o a singoli atleti.

Abbiamo detto che i ‘bambini’ che seguo hanno un’età che va dagli 0 ai 105 anni, quindi se pensiamo allo sviluppo del bambino e proviamo a pensare al carattere, possiamo definirlo come l’organizzazione stabile e consapevole delle attività psichiche intorno al nucleo affettivo, intellettivo e volitivo. Esso ha senza dubbio una migliore o peggiore formazione all’interno dell’animo degli individui a seconda delle caratteristiche genetiche proprie di ognuno, ma può essere migliorato attraverso il processo educativo.

 

 E qui, si è vero, sto parlando di bambini, lo sport, è parte di questo processo educativo ed il pedagogista entra in questo ambito come facilitare, promotore di relazione, nella creazione di un ambiente positivo che possa sostenere questo processo.

Il ruolo dello Sport

Lo sport assume un ruolo importante che è quello di influenzare la formazione del carattere dell’individuo e riesce a promuoverlo grazie all’esercizio del dominio del proprio corpo, nella resistenza alla fatica causata da uno sforzo.

L’esercizio del dominio del corpo è tale da condurre l’individuo ad un controllo delle passioni, intese come stadi affettivi prolungati, non sempre anormali, in relazione diretta con gli istinti, dominate da un motivo fisso e soverchiante che può essere l’amore, l’avarizia o altro. Il dominio delle passioni coincide con la virtù, e se proviamo a fare un ulteriore passo possiamo dire che, quindi, coincide col Giusto.

La Pedagogia inserita nel panorama sportivo offre un programma di intervento scientifico attraverso: percorsi di formazione allo staff tecnico in cui si analizza lo sviluppo psicofisico del minore per conoscerne la personalità e gli atteggiamenti all’interno del gruppo; percorsi di preparazione mentale dell’atleta e dell’allenatore; coordinamento tra i soggetti sportivi coinvolti nelle Società sportive; colloqui individuali o di gruppo con l’atleta e con gli allenatori.

In un contesto sportivo, quindi, è auspicabile che all’interno del sistema squadra possa essere presente la figura professionale del pedagogista in un rapporto di collaborazione con lo staff tecnico. Questo potrebbe garantire un’analisi globale della situazione sportiva e personale dell’atleta.

Il Bambino e la squadra

Ok, ma il bambino cresce, diventa fanciullo, adolescente (e rompe le scatole, direte voi) e poi diventa adulto… in questa metafora vivente, poco metafora e molto vivente, qual è il ruolo che assume il pedagogista?

Il contesto di una squadra, costituita da bambini o adulti, ha la necessità di godere di un ambiente positivo per permettere agli sportivi di godere dell’attività svolta e questo genererà contribuirà a migliorare decisamente le prestazioni dei singoli e quindi della squadra. Si parla di Passioni, Emozioni, Sentimenti e di Scelte. Forse, troppo spesso ce ne dimentichiamo. E quindi, anche per gli adulti il pedagogista lavorerà con gli stessi obiettivi elencati poco fa.

Poco fa, dicevamo che tra i compiti del pedagogista rientra anche quello di progettare “Percorsi di preparazione mentale dell’atleta”, quindi strettamente rivolto ad un singolo, che sia parte di un gruppo o meno. La ragione più comune che porta allenatori, atleti professionisti o semplici amatori a richiedere una consulenza è quella di migliorare la propria prestazione sportiva. La prestazione può essere incrementata attraverso l’applicazione di programmi centrati al perfezionamento della concentrazione, alla costruzione di strategie mentali efficaci finalizzate al problem solving, ovvero la capacità di pensare e concretizzare azioni per risolvere le problematiche comparse; alla capacità di risollevarsi in seguito ad una sconfitta (quella che può essere definita Resilienza).

 

Sviluppare questi sistemi permette all’atleta di mettersi in condizioni ottimali nel pre-gara consentendo di sfruttare al meglio le proprie competenze.

Si parla anche di ‘ansia da prestazione’ o ‘stress agonistico’. Questo deriva dalle aspettative del singolo e dell’ambiente circostante: imparare a conoscere le proprie reazioni in queste situazioni e a sviluppare al meglio le capacità di gestire questi momenti di tensione contribuisce a migliorare il risultato finale.

 

Che sia una squadra o un singolo atleta, che si tratti di un bambino o di un adulto, il pedagogista sportivo ha l’obiettivo per creare una condizione ed una consapevolezza ottimale per oltrepassare le proprie difficoltà, avanzare sempre più e superare i propri limiti.

Maurizio S.