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Monthly Archives:agosto 2017

Allenamento Trail al “Gus Trail” di Gussago

Allenamento Trail – 25 Agosto 2017.

Beh, prima della partenza, ecco una simpatica introduzione che può dare una chiara spiegazione circa l’approccio alla serata, posso sicuramente anticipare che è stata una festa piacevole e soprattutto un ottimo Allenamento con Marino.

Nigth Trail – Gus Trail Gussago – Gara non competitiva, ma con materiale umano, tra i concorrenti, non indifferente.
Il percorso è a forma di ” 8 ” che si inerpica tra i vigneti della zona di Gussago verso i santuari di San Rocco e della Stella.


Alla partenza si vede subito chi sarà l’uomo della situazione: un concorrente parte ad un ritmo poco sotto i 4’/km.
Dopo aver valutato perfettamente il tracciato e la modalità di approccio, nei minuti precedenti al via della competizione, il suggerimento di Marino è quello di iniziare con calma e proseguire con un lento allungo. Bastano i primi 300 mt per capire che il ritmo è decisamente basso: l’uomo della situazione di cui sopra, fa gola e gli si sta a debita distanza. Avanti così, il divertimento è assicurato!
Marino tiene il ritmo e trascina altri 3 concorrenti (compreso me) all’inseguimento del solitario in testa che, nonostante il nostro buon ritmo, pian piano continua a prendere margine. Al 4° chilometro, in salita, vengo distanziato leggermente ma rientro nel gruppo non appena scolliniamo al santuario della Stella. Che panorami meravigliosi, la Franciacorta con i suoi vigneti e i santuari illuminati all’orizzonte.
La discesa si effettua sulla pista di downhill bike.. e qui mi difendo bene.
Marino continua a tirare e distanziamo gli altri due trail runner. Guadagniamo molto terreno e siamo in testa (consapevoli che l’uomo della situazione sarà già arrivato!) ma, al Decimo chilometro, qualcosa non torna. Rapido controllo sui GPS e ci rendiamo conto che all’incrocio non abbiamo seguito il bivio giusto.

Poco importa. I minuti successivi sono un continuo ritrovare concorrenti che si domandano dove sia la strada.
Il morale è alto e spiritoso: consapevoli di aver perso un occasione ma certi di aver fatto, e di continuare a fare, un ottimo allenamento. Finalmente, dopo aver ripercorso qualche chilometro, riusciamo a riprendere la retta via, ovvero, la strada per la Civiltà, e scendiamo a Cellatica. Da qui è tutto più semplice e giungiamo a Gussago senza alcuna difficoltà.
14 km abbondanti e qualche centinaio di metri di D+, divertenti ed emozionanti.

Se vuoi info sul tracciato eccole QUI

 

Maurizio S.

 

ecco qui, invece, i due ceffi alla fine del percorso…

Resilienza: quando l’allenamento diventa Resilient-Training

Resilienza, ancora resilienza, ne abbiamo già parlato, quindi, non starò di certo qui ad esporvi nuovamente cos’è, ma voglio solo condividere con Voi un breve allenamento che, a mio parere, si è trasformato in un piccolo Resilient-Training.

 

Ore 18.30. Gardone Val Trompia.

Finisco di lavorare e penso alla corsa che finalmente riuscirò a fare. L a seduta dal fisioterapista della sera precedente mi ha particolarmente provato e, su consiglio del professionista, decido di abbandonare l’allenamento in salita e mi preparo a macinare un po’ di chilometri senza troppo dislivello. Penso ad una quindicina, per non esagerare.

Ore 19.00 preparo tutto il materiale necessario. Voglio correre quasi tre ore, con calma:

  • Zainetto
  • Borraccia con Sali
  • Frontale
  • Paravento
  • Maglietta
  • Frutta secca
  • Bottiglia di acqua per Ariel
  • GPS-SpotGen3
  • Fischietto
  • Telo d’emergenza

 

Il terreno che incontrerò sarà un misto e misto bagnato. La scelta delle scarpe verte, quindi, sulle MT2: calzata comoda, suola con un buon grip, ma soprattutto più adatta ad affrontare il fondo di una ciclabile, i tratti, seppur brevi, di asfalto, ma anche terreni accidentati e fondi bagnati.

Ore 19.30 si parte.” Litigo” 10’ con il GPS che non risponde alle mie volontà.

Mi rendo conto che devo impostare meglio la strumentazione. Riesco finalmente, tra un sorsetto di acqua e un’imprecazione a mettere tutto in moto. Ora tocca alle gambe fare il resto. Correndo da solo e per parecchio su sentieri poco battuti ritengo fondamentale utilizzare strumenti per essere rintracciato o per lanciare l’allarme in caso mi succeda qualcosa. Facendo sempre l’impossibile per far sì che questo non avvenga. Così mi affido allo SpotGen3.

Parto. Percorro i primi 750 metri, contento. All’inizio sembra sempre facile. Il corpo risponde bene. Sento però che manca qualcosa. Lo zaino è poco bilanciato. Faccio un check. Penso a come idratarmi e soprattutto a dove recuperare con la frutta. Ho tutto in testa. Ecco, quasi tutto. Lo sguardo scende sullo spallaccio e comprendo il motivo dello sbilanciamento:: la borraccia è rimasta sul muretto dove avevo sorseggiato un po’ d’acqua mentre sistemavo lo Spot.

3 ore senza acqua non è il massimo, ma tornare vorrebbe dire rincasare molto tardi. Ricordo dell’acqua di scorta per Ariel e, soprattutto che c’è un punto d’acqua poco dopo la metà del percorso.

Pazienza, prima di questo punto  la condividerò con Ariel.

Arrivo a Sarezzo (BS), passando sulla ciclabile che costeggia il fiume Mella. Sono  abbastanza veloce, sono contento e comincio la salita verso la località Castello. Mi rendo però conto che verrà buio prima del previsto, anche perché non riesco a non fermarmi ad ammirare i luoghi che sprigionano i miei ricordi. Sentieri e luoghi che frequentavo da piccino.

Il Castello è una vecchia cascina caratterizzata da un fascino intramontabile, nonostante ormai sia Pian piano corrosa dal tempo. Dietro questa splendida casa che si affaccia sulla valle c’è un enorme prato e, non appena mi accingo ad attraversarlo mi accorgo che vi è un recinto che mi sbarra la strada. Intravedo un puledro, che mi guarda un po’ sospettoso. “Bello!”, penso, ma la mamma dov’è? Ammetto che un pizzico di preoccupazione mi sale lungo la schiena. La vedo e, rendendomi conto che sta mangiando serenamente esco dal recinto. Estraggo due fruttini e li chiamo. La loro curiosità non li trattiene e la preoccupazione lascia spazio ad un piccolo momento tanto magico quanto  dolce.

Bene, alzo gli occhi al cielo, i colori delle nuvole mi ricordano che devo muovermi con un ritmo basso.

Decido di salire fino alla località Lobartél per fermarmi e prepararmi all’oscurità imminente.

Arriva proprio in questa sosta una piccola doccia fredda. La frontale non funziona se non per 15”. Le batterie erano nuove, ma evidentemente è rimasta accesa. Bastano pochi minuti per abbandonare il pensiero e l’imprecazione contro una sfiga che si è accanita nei miei confronti e riconoscere il mio errore: prima di partire non ho controllato il funzionamento, forte del fatto che avendo messo le batterie nuove pochi giorni prima, non fosse necessario.

Poco male, cercherò di essere più veloce per fare un tratto più breve al buio.

Il concetto di velocità si scontra con la voglia di ammirare il panorama, il bosco, ascoltare i rumori che la natura ci concede durante l’imbrunire e così mi ritrovo al Presepe della Valle di Sarezzo con poca luce. Per fortuna gli alpini hanno fatto un meraviglioso sentiero e, nonostante la luce continui a calare, riesco ad arrangiarmi. Devo raggiungere località Grassi e poi scendere per la val Vandeno. Non è molto, ma una volta sceso gli ultimi 3 km sono sulla ciclabile e, quindi sicuri, ma devo ancora arrivarci.

Perdo qualche minuto nel bosco rispondendo ai richiami degli animali notturni. È meglio muoversi, nei tratti di sentiero in cui il bosco è più rado ed è possibile tenere un buon passo.

Strategie da trovare.

Il buio è ormai calato. Mi basterebbe una fievole fiamma per scorgere meglio il sentiero e, siccome non dispongo di una lanterna a carburo, penso che il telefono possa assolvere egregiamente a questo compito. Unica preoccupazione sta nella resistenza della batteria.

Durante la salita tengo monitorato il consumo e mi rendo conto che regge alla grande. Regolo l’intensità della luce e comincio a divertirmi tra i saliscendi del sentiero.

Arrivo alla Forcella Vandeno.

Comincia la discesa. Non posso dire di essere veloce, ma sono molto soddisfatto di come le gambe si muovono. Scendo ad un ritmo di poco sotto i 5’/km su un sentiero non troppo tecnico ma con molte rocce e tratti bagnati.

La fiducia nelle scarpe, che svolgono egregiamente il loro lavoro, è tutto. È necessario fare attenzione a dove e come mettere i piedi e per svolgere questo compito, l’occhio è importante, ma in queste condizioni è un connubio perfetto tra piede, vista e istinto. Il passo corto e agile, conseguenza degli allenamenti degli ultimi mesi, aiutano molto a muoversi su un terreno accidentato.

In poco tempo sono a valle. Comincia la pista ciclabile che mi porterà a casa.

Ore 22.00. 20 km di soddisfazione.

La resilienza è anche riconoscere i propri errori per agire diversamente successivamente, ma anche non lasciarsi prendere dallo sconforto (beh, non ero nel deserto in pericolo di vita, ma avrei potuto annullare un allenamento e perdere un’occasione!) e trovare strategie per risolvere i piccoli affondi (l’acqua, la pila, etc.).

 

Bene così!

#inviaggioversoisogni godendo delle bellezze che la natura ci offre.

 

Maurizio S.

La Consulenza Pedagogica

La Consulenza Pedagogica in pillole

Per Introdurre ciò che la mia professione offre mi piace partire dal senso delle parole riportate nella definizione della mia attività: ‘Consulenza Pedagogica’. Cercando il significato etimologico di ‘fare consulenza’ scopriamo che vuol dire riflettere, provvedere, consigliare, ovvero soffermarsi su qualcosa ed anche esercitare una pratica del consiglio. Da quest’ultimo termine, ‘Consigliare’, appunto, possiamo richiamare il termine “cum-silère”, ovvero ‘stare in silenzio insieme’, ma anche “cum-sedère”, che indica lo ‘stare seduti insieme’, mentre “cum-salire”, diversamente, ma con logica, suggerisce la necessità di ‘saltare da qualche parte insieme’.

Possiamo quindi affermare che ‘per consigliare’, o precisamente per “fare consulenza”, risulta necessario restare su TRE precise azioni:

  1. “Fare silenzio insieme”. Il silenzio è richiesto sia al consulente che al consultante, contemporaneamente. Non un silenzio ‘morto’ e vuoto, ma che implica la sospensione della parola, e l’apertura ad uno spazio di pensiero. ‘Un buon consiglio’ non può essere dato nell’immediato.
  2. “Stare seduti insieme”. Per afferrare a fondo un momento, una situazione, una difficoltà o un disagio è fondamentale fermarsi, è necessario sospendere qualsiasi attività ordinaria, sia da parte del consulente che del consultante.
  3. “Saltare da qualche parte insieme”. Infine è concretamente necessario mettere in atto qualcosa di nuovo, andare in un altro luogo insieme, dopo aver reso pensabile qualcosa. È un’esperienza che richiama una partenza, un’iniziazione. Il consulente, quindi, è a tutti gli effetti un educatore, tenuto ad agire e a cambiare con il consultante.

Alba

Ogni intervento di consulenza, risponde ai bisogni ed alle necessità del consultante e si basa sull’adozione specifica di tecniche e linguaggi che, esercitati intensivamente in uno spazio e in un tempo definito, producono apprendimento, socializzazione e inculturazione.

L’obiettivo della consulenza è, quindi, quella di mettere in atto un processo educativo.

Ad oggi l’offerta da me proposta può rispondere ai seguenti bisogni:

  1. Disagio Minorile; In un momento di disagio può accadere che il bambino non riesca a trovare le parole per esprimere ciò che sta vivendo internamente. Il suo corpo, il suo volto, i suoi atteggiamenti, fortunatamente, parlano. Potrà sembrare strano e difficile da comprendere, ma ogni gesto che i bambini compiono rappresentano un messaggio da ascoltare e abbracciare. Talvolta risulta necessario accompagnare il bambino a far emergere ciò che è più insito che può manifestarsi attraverso difficoltà emotive e relazionali, piuttosto che difficoltà nell’apprendimento e fragilità a livello organizzativo-motorio. Il compito del pedagogista, attraverso metodi e tecniche adeguate e specifiche, è quello si trasformare le emozioni negative espresse in un’innovativa fiducia in sé e nelle proprie possibilità.
  2. Disagio Adolescenziale; La ‘Trasformazione’ che un adolescente incontra lungo il cammino di crescita non sempre risulta facile ed indolore. È in questo cammino che il bambino, crescendo, avrà la possibilità di affrontare un percorso che lo porterà alla scoperta di Sé. Spesso, però, l’insorgere di ambivalenze e conflittualità, può portare a quelle che vengono definite “crisi esistenziali”. Il ruolo del Pedagogista, attraverso un movimento continuo tra limiti e potenzialità, paure e desideri, è quello di accogliere e accompagnare l’adolescente nella definizione della sua nuova identità trasformando i conflitti in un’occasione di crescita.
  3. Disagio Adulto e Disassuefazione; Il bisogno innato di integrità e autorealizzazione si scontra spesso con paure, più o meno profonde, frustrazioni e fragilità emotive. Ne nasce così un senso di insoddisfazione e disagio che possono, svilupparsi nella persona e caratterizzare di conseguenza l’ambito personale, familiare, professionale o sociale della persona stessa. È anche in questa difficile situazione, poco gestita da un momento di fragilità, che la persona può trovare una soluzione di sostegno e di dipendenza in qualcosa di distruttivo. Compito del Pedagogista è quello di affiancare il consultante offrendo uno spazio di apertura per cercare di dare forma al disagio, investendo sulle abilità e potenzialità esistenti e raggiungere una rinnovata fiducia per tornare a camminare verso gli obiettivi desiderati.